Bah gagli van-verati

Tema: la valigia di quando si torna nello Stivale.

Ci sono due tipi di ‘valigie’ (che nel tempo grazie a Ryanair si sono trasmutate in borse che si spiaccicano ben bene sotto al sedile) che faccio solitamente per tornare nello Stivale.

La valigia per andare nel posto in cui non abito è diventata un film intitolato “fammivederechecosavuldireviaggiareleggeri”.
Con locandina con una donna con gli occhiali da sole e una gonnellina corta e l’allegria di chi sa che migra come le rondini a primavera. In posti al calduccio.
Fa sempre più caldo di casa mia, quindi si parte imbacuccati con cose che non si rivedranno fino a fine trasferta e si vive di abiti che non occupano spazio in borsa.
Il “non si sa mai” (anche se si sa sempre) e’ relegato a un cassetto con due o tre cose “pesanti” che non vengono mai indossate, come previsto, che “lascio perche’ almeno non me le porto a dietro, se proprio nell’evenienza”. È un po’ come lasciare uno spazzolino in una maniera molto più subdola e meno palese. C’era una volta il film che diceva che dopo 21 oggetti piazzati in una casa non tua …

La valigia per tornare al paesello fa invece “sonofuoridaltunnelldeldivertimento” ed e’ assai piu’ complicata.
Il trailer del film sono io che metto una cosa in valigia, poi un’altra, ne tolgo tre, rimetto tutto e poi mi ci siedo sopra, sperando di riuscirla a chiudere e che il mio sedere la possa come per magia rendere una salsiccia che in qualche modo sotto al sedile blu, passa comunque.
Un motivo c’e’: d’estate fa più caldo, e fa piu’ caldo sia di casa mai che del posto in cui non vivo. E anche se nel posto in cui non vivo stanno piu’ gradi non ci sono pazze escursione termiche notturne. E se fa caldo c’e’ comunque il venticello, che riduce il numero di docce giornaliere da trecento a trenta. In pianura c’e’ afa, non mi vogliono metter piscine (io continuo a insistere coi proprietari terrieri..) e non ci sta nemmeno una fontana.
D’inverno si gela e occorrono maglioni che nel mio guardaroba isolàno proprio non esistono e che nel posto in cui non abito potrebbero esistere, ma nessuno usa mai. Li fabbrica tutti la bonazza del piano otto. Ora che lo sapete avete una scusa per andare a disturbarla. Quindi uno nella valigia infila tutto quello che può, dai costumi alle coperte per sostituire capì che non si ha.
Ma…. Gelerò sull’aereo con un giacchino di jeans soltanto?
Potrò andare vestita come sono ora senza rimpianti?
Avrò caldo con gli stivaletti che ho ai piedi? Potrò essere me stessa senza attivare gossip dalle sciure?
Mi consola il pensiero che sto per partire per “un viaggio burocratico” di meno di 48 h in totale (forse il più corto che io abbia mai fatto) e che quindi sicuramente me la caverò’ lo stesso.

Mi consola che nel paesello ho sorella, amiche, cugine, zie che a mali estremi mi direbbero certamente “serve qualcosa?”. Nel posto in cui non abito, invece, anche se sono dimagrita, le speranze si dissipano tra negozi Coin e UPIM che hanno taglie per donne invisibili. Solo quelle. L’altra opzione è infilarsi in magliette sdrucite di gruppi che piacciono a mio padre. Sarebbero mini abiti trendy. Ci potrei pensare. A mio padre. A dirgli di Roger Waters ad Assago a Marzo 2023. Verrebbe, io non lo so se andrei. Ma. Sarebbe fiero di me. Avevo un armadio intero di vestiti una volta ‘a casa sua’. Ora rimane solo il ‘pigiama del ritorno’ che mi custodisce mia sorella. È un pigiama di PiLe perché in Brianza, di notte, fa anche molto freddo.

Era meglio avere una maglietta dei Dream Theater come pigiama. La userò e se fa freddo mangerò la cassoeula lo spezzatino e la polenta. E se fa caldo trascinerò mio padre a mangiare un gelato vero. Dove la panna non si paga e l’inverno quasi non esiste. Perché gli ‘scambi culturali’ fanno bene a tutti. Ci sarebbe solo da imparare a dire brioches.

Pubblicità

Il contrario del si

Il contrario del si è il no.

Il contrario del rimanere sposati per sempre è rimanerlo solo per un po’ .

Il contrario del matrimonio giuridico è l’esatto non opposto di un divorzio giuridico: comincia legalmente con un pezzo di carta, finisce legalmente un pezzo di carta. Rimane un pezzo di carta. Anzi, di PDF. La carta rimane all’avvocato che ti dice “lo terrò al sicuro”.

Sicuro o no, il mio pezzo di carta, è un documento, firmato da me e dall’ex, come abbiamo firmato un giorno un atto di matrimonio. Solo che accanto a noi al matrimonio avevamo dei testimoni simpatici, che sono persone a cui voglio bene. Che hanno continuato a fare il proprio lavoro in tutti sti anni, e che si meriterebbero la parcella degli avvocati più di questi, che ringrazio, ma che comunque domani si saranno già dimenticati di noi.

Comunque: nasce da un pezzo di carta, finisce in un pezzo di carta, rimane un foglio trasmutato. Povero matrimonio giuridico …. Tutti sti onori, aspettative, grazie, carrozze, coroncine dei firlinfeu, promozione mediatica ad alto volume, coromcine di fiori donate, abbuffate al ristorante… e poi?

L’Amore? L’Amore conta, e conta sempre, e conterà pure gli anni a chi non è mai stato pronto. Ma è tutta un’altra storia. Che si firma in diversi modi. A cui non serve una penna. Che siate sposati o meno.

Something gotta give

Una mattina, prima delle vacanze, mi sono svegliata e mi sono accorta che tutti i vestiti estivi, che uso mediamente una settimana all’anno, mi stavano stretti.
Io che sono una non sportiva per eccellenza mi sono detta “pazienza, li uso solo una settimana all’anno”.
Poi sono andata in vacanza ed ho iniziato a sentire parlare dell’ intermittent fasting.
Ho provato per curiosità’, ho continuato perche’ e’ diventata una bella abitudine.
Mi e’ scattata una molla, una di quelle molle che non si sa perche’ ti scattano, ma doveva farlo da sola, che con me sarebbe rimasta in letargo tutta la vita. Non chiedetemi perche’ ma questo ritmo mi sta piacendo, ne inizio persino a sentire il bisogno.
Ho iniziato a fare ginnastica, poca, ma regolare.
Ho ripreso i suggerimenti che la nutrizionista mi aveva dato qualche tempo fa, che per me si traducono in un: mangia mangia mangia, porzioni che mi sembrano da gigante. Ma non fanno ingrassare.
Ho persino abbandonato la mia pancetta arrotolata del cuore – in cambio se ne e’ andata pure la mia dal corpo … sta molla deve essere davvero potente.
Ho smesso di mangiare dolci, cibi processati, schifezze in genere.
Un po’ per via della molla interna ma credo pure un po’ per amor (o invidia) di Ossicino, che e’ da una vita che mi dice che sta robaccia fa male.
Io ovviamente non l’ho mai ascoltato, ma la mia molla si e’ svegliata un giorno pensando di seguire il suo lead.
Si vede che voleva sfidarlo, forse ora potrei riuscire a entrare persino nei suoi vestiti.

Niente piu’ colazioni a letto tra muffin, brioches e biscotti.
Verdure, verdure, proteine, carbs e yogurt e mirtilli come snack.

Dopo un mese faccio l’assessment dei primi risultati. Posso dirmi soddisfatta?
Sono rientrata in tutti i miei vestiti, non solo quelli estivi, ma pure gli altri da vita Isolana che pensavo di dare via perche’ ‘non mi staranno mai piu’. Ora mi stanno persino un po’ larghi.
E, attenzione attenzione, come se fosse la cosa piu’ imprevedibile del mondo, tamburi e tamburelli e urla (di poca gioia) …sono RI-USCITA da tutti i miei reggiseni, che gia’ non mi sono mai stati piccoli.

Mentre googlavo siti di intimo per vedere se esistesse una taglia – 10 coppa T di tavolozza, mi e’ apparsa una foto di Ilary in costume, che ha un vitino largo quasi quanto il mio ma un decolte’ che nemmeno se ri-ingrasso di 200 kg io avrò mai. Forse e’ l’aria di Sabaudia. Forse e’ ora di pensare a qualche gitarella quando vado nel posto in cui non abito.
La mia molla mi ha cazziata, dicendomi che sto gia’ cercando scuse per mollare la vita healthy.
Non le ho risposto.

Il mio metabolismo mi sta dicendo una cosa chiara e tonda: nel mio caso, something gotta give.
Una buona scusa per rifarsi il guardaroba basic nel reparto bambine.
O per chiamare un chirurgo plastico.

Dopo un anno di preview

“Cercati il tuo karma nel sito
Fatti un clone maleducato
Non lasciare a casa l’invito.
Cos’è che non va?
Cosa non va?
Baby, è un mondo super!”
(LL)

Oggi io porto mio figlio al circo.

Ma il frastuono allegro del circo viene pure portato a voi. Voi che sapete chi siete.

Dopo un anno e passa di previews e sneak peaks volontariate dal soggetto uno, ci saranno paparazzi, fanfare e foto a non finire, mentre ci chiediamo perché non abbiamo chiuso i canali.

Poi arriverà il viaggio, il primo genito, il primo gatto, la prima cacchina del primo genito e il ruttino della seconda. E nessuna di loro sarà chiamata/o Privacy Mantenuta.

Ci chiederemo perché sapremo ancora tutto questo.

Perché in fondo continuiamo a fare il gioco se non clicchiamo delete. Non possiamo lamentarci troppo.

Ma comunque auguri a tutti noi. Loro se li sono selfatti abbastanza.

Baby è un mondo super.

Regina di Cuori

No, oggi non vi parleremo, come tutto il resto dei media, della scomparsa di colei che qualche anno fa ha visitato il nostro localmarketenglish donandogli per sempre una targhetta all’esterno “qui passo'”.
Non parleremo di colei che dice ora l’intramontabile Leo (non e’ piu’ Taoiseach ma sempre nei commenti politici rimane) ha definito un’importante spinta alla pace tra le nostre due nazioni.
Aprite qualsiasi altro sito, ne troverete a bizzeffe.

Oggi vi parleremo delle regine di cuori.
Quelle che regnano e regnano ma, anche, non fanno mai in tempo a procurarsi sudditanza.
E non fanno in tempo perche’ hanno troppa fretta di rimanere nel qui e ora.
Forse sono state scottate una volta, trasformate in Cenerentole a fare bucato, panni, piatti e a guardare uccellini che svolazzano intorno cinguettando quando sono depresse. Gialli e blu, e solo quelli.
Forse sono cosi’ di natura, un po’ Alice nel paese delle meravigliose prime volte.

Quando non sai quanti cucchiai di zucchero lui prende nel caffe’.
Quando fa lo sforzo di non russare, che non vi conoscete, ma se poi russa sei sempre in tempo a soffocarlo che non ci eri affezionata abbastanza.
Quando non ci sono segni di spazzolini, schiume da barba o altro genere di cose che non appartengono a casa tua.
Quando soprattutto non ci sono shampi, balsami, e trucchi dimenticati altrove, che dovrebbero solo appartenere a casa tua.
Quando nel farti un regalo, non azzecca la tua taglia, ma ti dici che e’ perdonabile, perche’ non ha azzeccato che non vi conoscete, mica perche’ e’ un uomo – dunque distratto.
Quando non sai niente del suo mondo, ne’ tantomeno lui del tuo.
Quando ti dice che sei bella perché non ti ha ancora visto con un capello fuori posto. Quando il capello va fuori posto mentre ti dice che sei bella. Quando la voglia di uscire assieme equivale alla voglia di stare assieme dentro. Etc etc.

La lista delle prime volte è potenzialmente infinita.

Essere una regina di cuori ha i suoi pro e i suoi contro, pure come essere una regina di picche. Entrambe collezionano idee di uomini, alla regina di cuori le idee per un po’ piacciono, a quella di picche non piacciono mai abbastanza, e lascia i pretendenti a piangere dal giorno 1.

Noi altre non apparteniamo a tale Categorie così ben definite, e speriamo di continuare a essere rappresentate da un jolly. Illudendoci di avere mille profili.

Quando nella nostra hot press c’è una felpa troppo lunga. Quando sotto al letto stanno delle scarpe troppo grandi per noi. Quando in cima all’armadio c’è un beauty case con una soluzione salina, ma noi non mettiamo le lenti da vent’anni. Quando guardiamo il sito di Intimissimi perché vogliamo tornare al caro vecchio design Stivalano, e i segreti di Victoria ci hanno pure un po’ rotto. Quando però, intanto, dopo una lunga settimana di lavoro, siamo già a letto, e allunghiamo un braccio, e c’è solo gatto. Pff pericolo scampato. Per essere sicure di non stare sognando andiamo in bagno è l’unico spazzolino blu e’ quello di nostro figlio. Perfetto. Possiamo ancora illuderci. Di essere salve.

Stranded pt 2 (It’s a good day to be in London)

Cosi’ come era evidentemente inevitabile abbiamo perso la connection.
Con BA che appena scendiamo dall’aereo ci accoglie con un voucher di 10 pound e un sorriso a cinquemila denti ” …. vi prenotiamo sul prossimo volo, pensiamo a tutto NOI”.
Allora mi dirigo a Terminal 2, passo la sicurezza, con la solita routine:
togli cose dalle tasche, tira furi il laptop, ricordati che se hai liquidi devi berteli tutti prima o buttarli, e passo un altro desk di BA.
L’omino al desk mi da un biglietto, e ci appiccica un adesivo con un codice a barre
“per il prossimo volo, sei a posto cosi'”
“non devo stampare nient’altro?”
“NO”
Io abbastanza distrutta dal mio bellissimo weekend in aeroporto, mi siedo, e attendo che arrivino le 18.
Dopotutto non e’ che perdo connecting flights ogni giorno, ma mi prendo la mia responsabilità – avrei dovuto insospettirmi almeno un pochetto. E invece no, il criceto nella mia testa non gira, e’ andato in letargo e dice soltanto ‘ok, sediamoci qui intanto che’.
Dunque, bella bella, dopo tre ore, vado per imbarcarmi sul mio volo sperando di arrivare a casa a un orario ‘decente’.
Mi metto in fila e la prima signorina AE dice ‘ma questo NON e’ un biglietto, devi andare di la’ al banchetto a fartelo stampare’. E allora corri corri, passa il duty free, cerca AE … eccoci – ho 15 minuti per fare tutto.
Al banchetto sta un’altra ragazza disperata quanto me, le e’ successa la stessa identica cosa ed il volo sta per partire.
Al banchetto non c’e’ nessuno/a vestito di verde.
Ci sono due tipologie di personale “aeronautico” con cui di solito interagisco: quelli con le uniforme blu e gialle, e quelle con le uniformi verdi. Di loro non c’e’ traccia.
C’e’ pero’ un tizio in uniforme blu scuro, che ci dice ‘ma non c’e’ nessuno qui per voi, tornate al gate’.
E allora corri corri e torna al gate.
Al gate spieghiamo la situazione, mi viene detto ‘devi parlare con la mia manager’.
La manager mi guarda come se avessi tre teste quando le racconto che sono atterrata tempo fa.
“Ma’am, you are NOT checked in, you are certainly not boarding this plane, where have you been all this time?!?”.
Sono stata a fidarmi di BA. A cui faro’ un complaint quando avrò piu’ forze.
Ammiro le customer skills del verde supervisor, ma nonostante la innata gentilezza di cui avrei potuto fare a meno dopo 26 ore in aeroporto, ringrazio il cielo che non volavo con Ryan-solo-perche’-ti-porto-a-casa.
Loro probabilmente mi avrebbero abbandonata in qualche angolo di sto gigante posto e sarei finita a fare la janitor per mantenermi, senza uscirne mai, un po’ come Tom Hanks in The Terminal.
Invece lei smanetta al computer, mi da un biglietto, e mi dice che mi sbatteranno sul prossimo volo, che parte alle 22.25. Ringrazio anche che Londra – casa fa tre voli al giorno, una rarità date le migliaia di voli che partono dal nostro aeroporto.
Ho un libro, ma pure il telefono scarico, e mi trascino in giro cercando un qualche posto da ricaricare. Lo trovo di fianco a una porta, chiaramente passaggio per lo staff. Mi scuso ogni volta che qualcuno entra …. so di non essere in una location ideale.
Poi arriva un’altra bionda, incazzosissima
“Ma’am do you know there are charging stations downstairs?” poi si rende conto di non avere usato propriamente un tono carino e aggiunge “so you can sit more comfortably”.
E se mi piacesse, invece, stare sul pavimento????

Faccio il recap di cosa ho imparato in questi due giorni di aerei e porti:
1. Il prossimo che mi chiama ma’am fa una brutta fine
2. Non chiamerò mai piu’ ‘viaggio della speranza’ i rientri nello Stivale

Mentre mi chiedo se ritroverò mai la mia borsa, che ha gia’ perso due voli quanto me, mentre penso che praticamente sono partita sabato e arrivo alla vigilia di lunedì’, mentre voglio una doccia, e dei vestiti puliti ….

zzzzzz.

“Ci vediamo da Mario, prima o poi”.


Stranded

Maltempo, aereo dirottato su Dallas, aereo sta facendo benzina, aereo partirà con tre ore di ritardo, aereo arriverà con tre ore di ritardo, lasciandoci 50 minuti nel caos di Heathrow con belle speranze di riuscire a correre alla connection che temo non riusciremo a prendere, che BA allora ci re bookera’ il primo volo possibile, che Aerlingus ha per Cork alle 19. Alas, due giorni passati in aereo-e porti. Intanto BA ha mandato una email dicendo che se abbiamo fame o sete ci danno un voucher. C’è stata per un’ora la coda speranzosa davanti al loro banchetto, privo di personale. Alla fine tutti si sono arresi e la coda si è dispersa…

Mentre rifletto su questa interessante settimana penso che la stanchezza inizia a farsi sentire, dopotutto a casa sono già mezzanotte, oppure l’una, dipende da quale pezzo di cuore si consideri (come sempre). E in questo preciso istante, per una volta, mi piacerebbe se casa potesse essere sotto un cielo solo, per potere stringere il mio bimbo dopo una settimana che non lo vedo, ma anche, arrivare sfatta da questo viaggio, buttarmi su un letto e sapere che (dopo)domanimattina, sarei svegliata da un caffè portatomi mentre ancora stropiccio gli occhi, e uno yogurt. Perché in sta settimana sono andata in astinenza da ‘colazioni come dico io’, e per quanto siano stati delish i Tacos mi mancano la mia granola con Greek yogurt e berries. Sono certa che qualcuno proverebbe a trovarli per me. Probabilmente con scarsi risultati, ma quel che conta è il pensiero (e i berries, almeno, anche se fuori stagione, pls!). Perdonerei persino il clank clink clank del bambino che mi pedala sopra la testa. Solo per questa volta.

“Casa non è dove sei nato, ma quel posto dove i tuoi tentativi di fuga cessano”.

Ma io ho un’inquietudine interna che mi fa pensare continuerò in qualche modo a scappare, che casa mia è il mondo, voglio sia il mondo, ho ancora così tanti posti da vedere ….e mi piace parecchio osservarmelo da sola, ma anche girarlo in compagnia, ma anche, di nuovo, misurarlo al passo solo mio per riportare tutti quei passi alla “destinazione” finale. Chiamasi abbracci.

Di brisket, briscole e picche.

Domani si conclude la pausa dalla dieta, oggi, per continuare in bellezza, sono stata portata ad assaggiare il fantastico brisket Texano... una delizia deliziosamente imparagonabile a qualsiasi altra carne mai mangiata in vita mia.
dopodiché per smaltire siamo andate da Target (ma come non avete target in Europa?), dove sono stata trascinata in una naturale shopping flow, mentre si parlava di? Dating, of course!
Essere in un team di 8 persone, dove quattro hanno un ex marito, corrobora in modi altamente statistici la mia teoria che il matrimonio e’ un’istituzione outdated – c’e’ proprio bisogno di un certificato per stare assieme? L’idea romantica che ci sta dietro avrebbe bisogno di altri consolidamenti piu moderni.
Per ora, nelle nostre vite, siamo tutte d’accordo che amiamo la nostra indipendenza e che un marito non lo vogliamo. Ma arrivano i ‘pensi di ricominciare a uscire con qualcuno?’.
Tutte antiche come me sulle nuove app, concordiamo che un appuntamento richiede troppo sforzo. Dovere uscire a cena, togliersi dalle pantofole, ascoltare cose poco interessanti dette da un altro, dovere fingere di ricevere una telefonata in cui ti dicono di correre che il tuo gatto ha perso tre denti….
Messa cosi’ ‘andandolo a cercare’ diventerebbe un onere piu’ che un onore, e noi stiamo troppo bene da sole per barattare la nostra autonomia con ste mascherate.
Mentre parliamo di uomini, e di quanto e’ bello, senza di loro, potere arredare casa PROPRIA come scegliamo noi, ho avuto questo inaspettato istinto di lasciarmi guidare dagli ‘its cute’ urlicchiati davanti ai vestiti e sono finita con un carrello con della roba comodissima, e altra che non avrei mai pensato di comprare.
E che nemmeno ho provato. E che quando ho provato tornata in albergo ho capito che sfidava un po’ troppo le mie paranoie: ho preso un abito che ha una specie di apertura a goccia davanti, che io non avevo notato essendo decorata con un nastrino che pensavo chiudesse tutto. O niente, che nel mio caso non c’e’ nulla da chiudere.
Pero’ mi son detta che ormai non facevo in tempo a portarlo indietro, e che tutto succede per un motivo.
Cosi’ mi sono pettinata, truccata e sono uscita nell’afa ancora pesante delle sette di sera di qui.
Con questo vestito, che non metterò mai nell’isola perche’ fa troppo freddo (qua invece fa quasi fin troppo caldo con sta roba addosso).
Che non metterei mai nel paesello perche’ fa troppo ‘ma dove vai’. In piu’ e’ sgambato da un lato che procurebbe ‘non hai piu’ vent’anni’. Ah, quanto si e’ VIPPE sempre tra le sciure Teresa e Maria.
Potrebbe forse andarmi bene nel posto dove non abito, che abbiamo ancora dei mesi caldi davanti di cui approfittare, e che tanto in città’ nessuno ti considera.
Potrebbe forse andarmi bene con un paio di tacchi che non ci staranno mai in valigia (non e’ ora di comprarsi un paio di scarpe da sera e lasciarle li che le useresti certamente di piu’?).
Potrebbe forse andarmi bene se per allora trovassi un date, e se il date del caso mi invitasse a cena fuori.
Che e’ vero che sono a dieta, che e’ vero che sta storia degli appuntamenti pianificati e’ uno strazio, soprattutto quando devi sentire risposte che non ti interessano o rispondere a domande che ti fanno cascare le braccia.
Ma e’ anche vero che non c’e’ sempre bisogno di parlare. E che se andate vestite carine ad un date, il date probabilmente guardera’ voi e resterà imbambolato. E mentre lui farfuglia qualcosa ben poco formulato, voi non dovrete rispondergli perche’ saranno cose incomprensibili. E dunque mangerete. Quello sara’ l’unico atto di passione della serata.
Puo’ valerne la pena solo li, mentre vi buttate nella cacio e pepe che avete davanti.

PS. Mangiate, ringraziate e poi filate a gambe levate.
Non ripensateci, non date seconde chance, non fatevi invitare a casa sua a cena.
Ricordatevelo amiche. Pigiama, pantofole e minestrina fatta da voi tutta la vita.

Il Lavoratore in trasferta

Il lavoratore in trasferta, lavora.
Si alza la mattina, che per via del jet-lag equivale al suo normale pomeriggio, si fa una doccia, si veste e va in ufficio.
Esce, con quaranta gradi, per poi andare a congelare nel Campus.

Il lavoratore in trasferta internazionale, osserva usi e costumi.
Tacos alla mattina per colazione, snack che dolci piu’ dolci non si puo’.
Ma almeno qui i nachos sono veri nachos, le tortilla vere tortilla, il guacamole vero guacamole e potrei andare avanti …. tutto REAL.
Cio’ che c’e’ di UNREAL sono le porzioni.


Il lavoratore in trasferta mette in standby, per forza di cose, la dieta.
Cerca di mangiare cose sane, ma anche nel suo effort, una porzione di insalata e’ talmente grande che potrebbe sfamare tutto il suo team.

Il lavoratore in trasferta ha una macchina a noleggio come mezzo di trasporto, e un valet come autista.
A cui si dimentica puntualmente di dare la mancia, che qui e’ di prassi. In un mondo cashless questo non facilita il compito.
Il lavoratore in trasferta ha un hotel come casa.
Con una televisione che non ha ancora accesso, un minibar che non ha ancora aperto, dei dolcetti che ha lasciato chiusi sulla scrivania.
Una doccia super gigante, un letto super morbido, e il condizionatore che tiene spento.
E un paio di pantofole carine carine che pianifica gia’ di portarsi a casa. E un accappatoio che ci fa panzane.

Il lavoratore in trasferta ha un finestra di mezz’ora per chiamare il pargolame, durante la pausa pranzo mentre il pargolame si prepara per la cena.
Pargolame a cui portera’ Recees, Hersheys, e tutte le delicatezze dolci locali su cui tale pargolame si e’ raccomandato di fare provvigioni.
Il lavoratore in trasferta ha una finestra mattutina per dire buongiorno a chi si sta preparando per preparare il pranzo, mentre per lui sono le sei di mattina.

Il lavoratore in trasferta quando rientra in stanza dopo una aperitivo post riunione, si trasforma in una battibaleno in un pigiama, pronto per dormire.
Che la digestione richiede sforzo, che il jet-lag smettera’ quando torna a casa.
E in fondo a casa sono le 2 di notte, o le 3, dipende quale pezzo di cuore si consideri.
Il lavoratore in trasferta ha gli occhi che non stanno aperti, e un livello di focus talmente basso che non puo’ portare contributi meaningful, informativi, interessanti al suo stesso blog.
Quando sara’ sveglio vi potra’ forse raccontare alcuni fun facts dei suoi giorni Texani. Senza errori. Ora invece spedisce tutto senza corregere.

Il lavoratore in trasferta dice, allora, buonanotte.
Sogni d’oro.
Ci riproviamo.
Colpa del menu’.

Luoghi emotivi

La bellezza di poter chiamare le cose col proprio nome, di poter pronunciare un nome ad alta voce, e dirsi, e dire, io sono questa e questo fa parte di me.

La bellezza di potersi raccontare.

“La verità libera” mi ha detto un giorno una persona che in questo percorso mi ha dato un enorme aiuto. Aiuta la gente di mestiere, ma questa sua frase non mi e’ mai sembrata tanto Vera quanto in questi giorni.

La verità e’ che in questo preciso istante vorrei un giradischi, un qualche lp pescato da una libreria bianca, un divano rosso e un balconcino che spia su quello che c’è di fuori. Perché il posto in cui non abito e’ diventato un po’ casa.

Perché nel cassetto che non e’ il mio c’è Minnie che mi aspetta.

E perché a duemila km da tutto ciò rimane la percezione che ‘casa’ e’ sempre comunque un luogo emotivo.

E certi luoghi emotivi li costruisci quasi senza accorgertene. Poi ti giri e dici “ma guarda sono fondamenta quelle”. E reggono, piu’ forti di qualsiasi iniziale aspettativa

Certi luoghi emotivi bisognerebbe forse iniziare a celebrarli con qualche foto. E magari un caffe’. Tra la curiosità e lo stupore di poter dire a chi solo ne ha sentito parlare “eccolo, esiste davvero” anche se non cambia la mia quotidianita’, e nemmeno la vostra, e man che meno la loro.

È un po’ come dire “vedi sono pronta” e proprio perche’ l’essere pronti e’ una scelta matura ora, e’ forse ancora diversamente piu’ bello di quando avevi vent’anni.

Che come si dice la vita vera inizia a quaranta.