T come Tag

Ad Ali e Ale,
che anche se e’ una dedica e non vi piace,
non potevo fare altrimenti
.

“Chiara come un abc” Bella / Lorenzo Cherubini

Alice Spiga  mi ha invitata a partecipare al gioco “T come TAG” lanciato dal blog Il mondo di Shioren.
Le regole da seguire sono poche e semplici e le trovate nell’articolo T come Tag di Shio76 (io ho usato l’alfabeto italiano, lei quello anglosassone, ma penso vada bene comunque)…. dunque, eccomi col mio alfabeto personale.
Portato a termine il vostro personale alfabeto, potete invitare a partecipare altro bloggisti.
Il gioco è aperto a tutti, anche a chi non viene taggato: le regole sono nell’articolo T come Tag. La cosa più importante è citare e mettere il link al blog Il mondo di Shioren, visto che ha inventato questo tag.

Eccomi….

A come Amore.
Sara’ cheesy, cringy come si dice qua o melenso…. uno dei miei motti piu’ sentiti e’ “l’amore conta” . Chi segue il mio blog si sara’ pure stancato di sentirselo ripetere, ma e’ la mia bussola. Amore in senso ampio come direzione, non esclusivamente l’amore millantato tra due esseri, ma amore del tutto da piccola particella di un mondo piu’ grande. Rima con B, G, in qualche misura I, sicuramente M, lateralmente N, e si abbina bene ad R. forse per via dei diritti di autore dovrei menzionare L, che ci ha creato un titolo. E’ lui che ha copiato me, ma andatelo a dire a quelli dello showbiz.

A come Adesso Anche Alice e A., e forse dunque come C,D e U. Se il fato esiste… Alice e’ l’amica che mi ha girato sto gioco, che mi ha fatto ritornare la voglia di scrivere (anche se poi non mi ci sono messa davvero), ed e’ per questa sua voglia di scrivere che e’ in arrivo il suo libro. Come e’ arrivato il suo libro, lo racconta bene lei… e mentre ai tempi lo raccontava, e cercava qualcuno che glielo pubblicasse, “pezzettini di giornate” mie, sue, e di A. si sono incastrate. “Word of mouth” ed e’ arrivata a un editore. E’ tutto ovviamente merito suo, ma la particella piccolissima di ‘zampino’ che io ci ho messo, mi fa aspettare Marzo con ancora piu’ trepidazione. E piu’ che io e’ stato A. a mettere poi le cose in moto. Dunque volevo ringraziare entrambi. Per il libro che aspetto e che sara’.
“I ringraziamenti sono la parte piu’ difficile e le dediche non mi piacciono” mi ha detto Alice l’altro giorno. Credo di avere appena fatto un paragrafo mischione di entrambi…. uooppsss….

Io, lei, lui ci siamo conosciuti, in momenti diversi delle nostre vite, tutti scrivendo. La trovo sempre una cosa molto meravigliosa. Rima assolutamente con A, F e magari D. E per me ed A. con N. E’ una storia che mi piace tantissimo, e che forse come dice Alice dovrei davvero un giorno trovare il coraggio di raccontare.

B come Bambino. Ovvero mio figlio, il cui nome inizia con la B, ma per privacy lo tengo per me. Ritornando alla voce A, credo sia l’amore piu’ incondizionato che io conosca. Anche quando fa disperare. Fa rima con C e M.
B come blog, of course.

C e’ l’iniziale del mio nome, del mio cognome, ma anche di Coincidenze o Caso. A cui io non credo di credere. Pare l’antitesi, ma forse non lo e’ veramente, della voce D.

D come Destino. Sono tutta per il libero arbitrio, per i nostri pensieri che fanno la nostra realta’, ma credo che in qualche modo, “qualcosa”, qualcuno, abbia gia’ forse una sorta di percorso più illuminato per noi, è bello coglierne il filone.

E come Emanuela Orlandi. Ho appena finito di vedere un documentario su Netflix. Una storia che non conoscevo del tutto, nomi che avevo gia’ sentito. Dipende dall’angolo in cui la si guarda, fa molta rima con A, fa anche rima con R. Non fosse stato oggi, avrei messo altro. Ma per questo motivo aggiungero’ altro alla voce V.

Fortuna e Felicita’. Mi lamento come tutti, ogni tanto, ma alla fine quando sto sola, quando guardo le stelle, quando sento una canzone che tocca qualche punto della mia anima, quando mi Centro (faro’ una voce C apposita) so di sapere che sono estremamente fortunata. E mi commuovo.

G come Gattino, ovvero il mio Gatto. Chiamato Gattino perché nella mia isola e’ un nome esotico. Dopo la separazione ho avuto il suo affido al 100%. Graffia, miagola, rompe, difende il suo territorio. Ma sempre per la voce A, quando torno da lui, dopo le mie pendolarita’, e mi preparo al ritorno di mio figlio, e’ lui che fa subito casa.

H come Halloween, detto Samhain a casa mia, e’ uno dei momenti d’autunno che piu’ prediligo. Fa rima con Z.

I come Iniziale – del nome dell’isola in cui abito (detta qui “Isola”), ma anche del posto in cui sono nata e cresciuta (che nel mio blog chiamo simpaticamente “Stivale”). Se credessi nella lettera C, sarebbe una perfetta rima baciata. Invece Isola rima per moltissimi versi con B, e dunque A, e Stivale rima per molteplici versi con A. Entrambe le I rimano pure con D e U.

L come LL, come non potere menzionare il re dei quattro accordi nel mio blog? Gia l’avrò citato mille volte, chi mi segue sapra’ la storia. Un giorno mio padre porto’ a casa un cd di “Buon Compleanno Elvis”, da li, non ho mai smesso di essere fan, a ritroso e in avanti. Uno di quegli amori isterici emotivi che all’ultimo suo concerto mi sono chiesta “ma che ci faccio qui davanti al lui ormai troppo commerciale con una schiera di quindicenni al seguito che gli sbavano dietro”? Beh, io lo preferivo vent’anni fa ma il fascino del capello grigio e’ il fascino del capello grigio. Continuo a tener botta e a dire di si, “che quello, quello che conta contaaaaa”. Dovrei dire che fa rima con A, ma anche perche’ abbiamo gli stessi amori, se lo conoscete bene, rima molto con M (da mare).

M come Mare, un elemento senza cui non sopravviverei. Quel Mare che fa moltissima rima per me con I di Isola, e che regala pubblico a LL sopra rimando spessissimo nelle sue canzoni. M come pure Mamma. La mamma che sono, completemanete diversa dalla mamma che era la mia, anche lei sparsa qua e la’ tra le parole del mio blog. Fa rima con A, N, U e delle lettere che ancora nell’alfabeto non esistono.

N come “Nulla si crea e Nulla si distrugge”, concetto che mi segue negli ambiti e credenze piu’ disparate della mia vita, dai principi della mia tesi di laurea. Fa rima con A, e M ed e’ stato l’ultimo saluto che ho dato a lei. Quando la macchinetta del cuore e’ diventata una piatta lunga linea retta e’ stato il primo pensiero che ho avuto, accanto ad un altro “allora se lo sto pensando proprio adesso, in un momento cosi’, ci devo credere proprio davvero”. E li mi si e’ aperto un mondo. Che in parte ho gia’ raccontato qua e la’ ma su cui potrei continuare ore e ore.

O come Ovetto Kinder. Tacciata di avere dei gusti ‘pessimi’ sul cioccolato rimane per me a fare rima con A (soprattutto da bambina).

P come Pappa, o meglio Pancake. Dopo Halloween, Pancake Tuesday e’ la mia ricorrenza preferita. Un tempo avrei messo a questa voce in primis Piadina. Potrei ancora infilarci Pizza. Ma l’Isola questo ha fatto. Pancake strawberry or banana and nutella e’ una delle cose che rimane per me il centro di una colazione lussuriosa.

Q come Quadri, quaderni, qualsiasi cosa da scarabocchiare, colorare, doodlare, disegnare.

R come Rosso. In assoluto il mio colore preferito. R come Roma, anch’essa protagonista delle mie avventure blogghesche. Non potevo lasciarla fuori. Fa rima con A, C, D, purtroppo E, F, in qualche modo G, I, N, forse U. Insomma si cucca mezzo alfabeto, al pari di A ma senza ritegno. Ladrona davero.

S come Strega. Non solo perche’ e’ Halloween. Sono sempre stata affascinata dalla storia di coloro che definivano streghe, ho letto un sacco di libri sulla loro caccia, l’inquisizione, e tutte le cose poco belle che hanno dovuto subire “solo perche'”…. alla lettera M non ho messo “Malleus Maleficarum”. Ci vuole molto stomaco, ma una volta nella vita e’ una lettura che consiglio.

T come Tatuaggio. Ne ho uno, ne vorrei sempre quasi un altro, ma non ne voglio pari e non ne voglio tre come “troppi”, non saprei dove metterli. T come Texas dove si e’ infilato nella mia pelle. T come Tuttalapauracheavevoeinvece.

Universo. Alcuni lo chiamano Dio, altri dei, altri non ci credono, …. io credo di credere in un “qualcosa”, che sa, anche quando tutto sembra fare davvero schifo: c’e’ sempre Un motivo, Un qualcosa da imparare. Ci credevo gia’ da prima, ma dal “dopo” fa molto rima con la lettera M.

V come Volare. Volo in continuazione, di voli pindarici e tra le hostess dall’uniforme gialla e blu. Se facessero una loyality card (ma sono troppo pigri), sarei tra una delle clienti numero uno. Volo tantissimo da quando sto nell’Isola. Non ho mai contato quanti aerei ho preso da quando vivo qui, ma vi assicuro che sono tanti, infinitamente tanti. Fa un po’ rima con A, un po’ con D, un po’ con U.
V come verita’ “la verita’ ti libera” mi hanno detto una volta… V come Vaticano date Verita’ perche’ nulla stoni piu’ nella storia della lettera E.

Zucche, siamo a Halloween, e decorare zucche con lettera B e’ uno dei miei momenti famigliari preferiti. Una e’ adesso proprio adesso in progress, asciuga mentre aspettiamo di tagliarle il volto.

Io sarei curiosa delle risposte che potrebbe dare la mia blogghista spelacchiata, colei dal fascino capitolino e sarei pure curiosa delle risposte di Elasti, che non conosco personalmente ma che seguo con molto piacere e divertimento ogni volta (mai dire mai…).
Mi piacerebbe invitare poi alcuni amici non blogghisti, e magari lo faro’, via mail (non voglio diventi una simil faccialibrocatena).
E last, but not least, invito A. che alla D metterebbe Dungeons and Dragons, e alla P probabilmente i Pink Floyd, perche’ questi sono ‘giochi’ che facevamo da ‘amici di keyboard’ a vent’anni – ne sono passati venti. Non e’ mai tardi per ricominciare :).

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Enrico

“E a volte su quel muro poi ci alziamo
con un dito verso il cielo
ed un rosario di domande
un pugno pieno di perché …
E questa lettera e’ per te
tu lo sai che cosa c’e’
se mi cerchi sono qui
a un metro dalle nuvole”

A mamma Paolo stava un sacco simpatico. Io non credo si fossero visti molte volte, ma se usciva in qualche discorso, lei lo nominava sempre con un sorriso. Anche dopo, quando ragazzini non lo eravamo più e io già mi ero trasferita nell’Isola. Quando Paolo mi ha spedito il suo primo cd, abitavo a Dublino …me ne sono fatta mandare due copie: una era per lei. “Ma davvero ha fatto un disco?”.

Ieri raccontavo di mamma, di come se ne sia andata all’improvviso e di quanto ‘sia buffa’ questa simpatica fottuta vita. Oggi ho saputo di Enrico.

E a Paolo sono riuscita a mandare solo una emoticon tra le altre emoticon, che mi sembra mamma mi abbia insegnato due cose “sparendo”: non ci sono davvero parole per una roba così, e comunque siamo tutti diversi. Io ho odiato le parole allora, ma ho benedetto i silenzi, e gli abbracci per dire tutto. Ma sarei troppo lontana per questo.

Enrico … Paolo mi riempiva i diari di testi di Bennato, non mi faceva seguire perché era il compagno di banco più chiacchierone del mondo, ed è stato uno dei sognatori più pratici che ho conosciuto in vita mia. A meno di vent’anni sapeva già che voleva fare, conquistandosi molte imprecazioni dei prof, ha sempre detto a voce alta che ce l’avrebbe fatta. E guardalo ora.

“Seconda stella a destra, questo è il cammino” e “una linea che gira e lui risponde serio e’ mia” sono ‘concetti’ che ho imparato grazie a lui.

Enrico io non sono convinta che ci sia un’aldila’ come ce lo volevano insegnare da bambini o da ragazzi, ma oggi ho pensato a mamma, e poi ho pensato a come sarebbe forte, se potesse vivere su quella stella su cui a volte la immagino. Ho visto una foto tua da giovane oggi, mi ha colpito un sacco, vi trovo identici. Mamma non si farebbe sfuggire la somiglianza. Ti accoglierebbe con un “ma lei è il papà di P!!!!”, e poi che ne so.

Ho come l’impressione che se lui o Elena ti cercassero ti troverebbero li, a un metro dalle nuvole. E mi piace pensare che Paolo lo sappia.

Buon viaggio a te. Ed un abbraccio ai ragazzi tuoi. Forte. Anche da qui.

In questa citta’

“Anche quando vorrei dare un calcio a tutto sa,
farsi bella e presentarsi col vestito buono,
e sussurarmi nell’orecchio che si aggiusterà”
(In questa città – Max Pezzali)

Ogni volta che riparto dalla città in cui non abito mi frullano in testa duemila pensieri.
Spaziano. Dai piu’ insulsi ai piu’ importanti. Dai piu’ stupidi, a quelli di sopravvivenza naturale. Da quelli sul mio futuro prossimo e remoto a quelli sul qui e ora.
Adesso, per esempio, sto guardando una piadina in foto e mi chiedo se sara’ la mia cena.
Adesso sto pensando che da domattina ricomincio la dieta.
Oggi un bambino, a pranzo, vedendomi dopo un bel po’ di tempo, per prima cosa in assoluto mi ha chiesto: “tu da quant’e’ che non mangi una buona mozzarella?!?”, per poi specificare che non avrebbe mai voluto dividere nemmeno un cubetto della parte di cinghiale che gli abbiamo conservato con nessuno al mondo, nemmeno suo fratello. Io ho sorriso e pensato …”ah, fosse mio figlio tanto entusiasmato da un po’ di cibo …”.
Benedetto crescere in Italia. Che la cultura del cibo si insegna, vero, ma su mio figlio ha decisamente vinto il lato Isolano. Pizza e pepperoni rimane la sua pizza preferita, “e in Italia non la fanno”, dice.

Sto giro, nonostante le mie convinzioni sull’autunno come deve essere (cioè freddo), ho immensamente apprezzato il sole, il girare smanicata e a gambe nude senza dovere ricorrere ai miei soliti leggings di casa, ed avevo comunque caldo. A Ottobre.
Mi sono ‘divertita’ nel caos, che di solito mi disorienta, forse inizio a farci solo un po’ l’abitudine.
Nel caos, tra le doppie file, le corsie che non esistono, i pazzi scatenati, ho ribadito che non potrei mai guidare su queste strade. Ma ammetto in onesta’ che e’ bello potere sorpassare tutti in moto, e fare le gincane, per arrivare alla linea due ruote pre-semaforo – quando non ti viene un infarto.

Ho (ri)guardato tutte le mura, tutte le porte da cui sono passata, tutte le scale di marmo dei palazzi in cui sono entrata. Tutti i portoni. Io vivo in un mondo quasi senza portoni, e hanno un certo fascino su di me, da canzone. A Piazza Bologna ho guardato per dieci minuti negli occhi la statua di un cane, chiedendomi cosa ci facesse li, perché non è tutti i giorni che un cane ti accoglie immobile poggiato su un piedistallo. Fissandoti pure. Come se sapesse. Tu sei quella che va alla scala B, interno 5, ci sono davanti a te in coda tre persone, farai veloce. Ci vediamo alla prossima.
In una tabaccheria, ho imprecato mentalmente alla quintupla persona che mi chiedeva
“ma la tessera sanitaria?”
“Non ce l’ho”
“Ma come non ce l’ha?”
Alla fine in Via Aosta, dopo mille peripezie, sono riuscita a farmi fare lo Spid da simpatico signore
“‘la pwd e’ Forzaroma! Mi spiace per i Laziali”
“Io sono Lombarda…”
“Ahbe’ allora”
Entrando nel sito del governo Italiano con lo Spid ho scoperto cose a me ignote, tipo che mio figlio ha un codice fiscale. Cose un po’ meno ignote: secondo lo stato Italiano sono tuttora sposata (ma attenzione con un uomo chiamato SenzaNome, davvero), e abito all’indirizzo dove non abito piu’. Ho tentato di aggiornare la residenza da li’, ma si poteva solo scegliere una provincia Italiana.

Ho sentito storie, ho raccontato storie.
In Via Gallia ho fatto colazione al bar per due mattine di fila prima di attaccare a lavorare (la bella vita) , offrendo una colazione per tre pagata al costo di una nell’isola, e sentendomi ricca, tanto per lo scontrino quanto (e soprattutto) per la miriade di cose buone che ho potuto gustare, e i bar tra cui potevo scegliere. Sul tavolino ho discusso di amori ai tempi di Tinder, donne che non comprendono appieno come si fa la corte senza stressare i padri single (“ho i bambini tutta settimana, quando non ci sono DEVO dormire” e’ una frase che sottoscrivo appieno). Ho finalmente tosato tutta la mia testa, da un parrucchiere al civico 87 (che ho deciso sara’ d’ora in poi il mio nuovo parrucchiere), con le colleghe che lo osservavano mentre mi dicevano “E’ fortunato …. non capita spesso che la gente venga a tagliare cosi tanto”. Lui mi ha assecondata, non ha avuto timori, e sono uscita felice. E da Mr G. ora che ho un corto super, ho deciso che tornerò per una tinta fluo.
Non ho trovato gli ovetti Kinder che ho desiderato dal momento in cui sono atterrata – paiono spariti ovunque. Come le sigarette al mentolo che mi ha chiesto di riportare un’amica “non le vendono piu’”. Ho fatto la “contrabbandiera” di fumo, che un pacco di Marlboro nell’Isola costa quasi 20 euro. Poi me ne sono pentita perché aiuto le amiche a farsi male, ma ormai era troppo tardi.
Sono andata al cinema al Pigneto, in uno di quei cinema indipendenti, in una sala mignon, una roba tipo cinema che non vedevo dalla mia adolescenza abituata come sono orami ai multisala. Sono andata a mangiare le pizze (Romane e Napoletane), con l’intramontabile frittantipasto di obbligo. Questo rito che ancora non comprendo, e per cui vengo schernita amichevolemente “lei non mangia i fritti”, che poi non e’ vero, magari non sempre e comunque come starter, ma un fiore non me lo leva piu’ nessuno ormai.
Ho pranzato domenica al Ghetto con antipasto giudeo e la peggio carbonara che io abbia mai assaggiato nella capitale, ma con degli antipasti fantastici. Nel palazzo dove non abito ho sentito suonare il sax, ho sentito Miele che accompagnato da una vicina rientrava a casa.
Ho sentito di nuovo il bambino triciclettarmi sopra la testa di prima mattina (meglio di una sveglia), ma anche la nuova sorellina che piangeva disperata con suo padre che le diceva ‘basta’. I trapani del palazzo di fianco, le campane, un aereo che mi pareva potesse sfracellarsi contro, i soliti allarmi, gli schiamazzi dei bambini nel cortile della scuola. Tutti rumori che qui mi fanno da sottofondo, completamente opposto al sottofondo silenzioso di casa mia. Tranne il giovedì sera quando ci sono gli allenamenti di rugby. Ho visto cinque bambini pattinare in un atrio lucidissimo e tentare pure le scale, ho detto ‘ciao’ a volti che inizio a riconoscere. E ho riabbracciato persone che conoscenze solo di vista non lo sono ormai piu’.

La verita’ e’ che nel posto in cui non abito, inizio a sentirmi sempre un po’ piu’ a casa.
Ed e’ sempre bello pensare che “di cosi’ tanto mondo in cui possa tornare” ognuno di noi possa avere quei due, tre, o anche quattro posti che siano che diventano posti tuoi. Da cui parti, ma da cui non sei mai o non sei più andata via. Che è una delle ragioni per cui, abbagliata da una gita a vent’anni, ho deciso di provare a vivere nell’Isola. E l’Isola sa essere bellissima, ma la sua meraviglia intrinseca è totalmente diversa da quella di posti come questi, “tutta questa bellezza senza navigatore” fa una canzone che mi piace.

E nonostante le mancanze di bussole, come dice Max (mi si perdoni per la ri-citazione, gia’ l’avrò usata), anche quando capita di volere imprecare contro il mondo, qui l’ariantica fa una parte incredibile, e’ come una mamma che ti da un bacino quando ti sei fatto male, e ti passa la bua. E quando non ti sei fatto male tu la guardi comunque in ammirazione, e rimane per te la donna piu’ bella del mondo. O una di quelle. (Venezia rimane comunque per me differentemente prima).
Quando guarderete Siccità capirete perche’ vi dico che Max un giorno subi’ il fascino dell’esotico’ “L’esotico”, ve lo posso anticipare, riguarda la battuta finale del film, ma non vi voglio fare tutto lo spoiler…..
Se non fosse per il suo esotico, Max, non avrebbe forse saputo descrivere cosi’ bene, nonostante la canzonetta insulsa, tante cose che vedo pure io. Anche se, a differenza sua, i tassisti non mi chiedono se sono Milanese, ma “e che ci fai qui?” è un ritornello che inizio a sentire spesso.
“Sono una donna ibrida” è una risposta che dovrei fare entrare nel mio repertorio.
Che e’ un modo smart e fascinoso di dire “fare la pendolare” .
Che e’ un lavoro stancante, ma la vita che ti costruisci pian piano nei posti dove pendoli puo’ fare la differenza.
“Anche perche’ Roma e’ stupenda, ma non da andarci cosi’ spesso” (cit. mio fratello).

Cicoria RIP

Io ora, comprendo, che essendo qui state create le Zeppole, come mille milioni di altre cose buone, uno non dovrebbe lamentarsi del resto.
Le zeppole pero’ sono state inventate dall’uomo, la Cicoria da dio, Darwin, o chi per loro.
Quando al pageant contest Imperiale di tutti i vegetali possibili la Cicoria si e’ presentata, deve avere pagato qualcuno per assicurarsi un posto in prima fila tra i piatti delle future generazioni.
Ben sappiamo che il sale era un bene assai prezioso allora. Ecco, la Cicoria deve essere stata amica del sale per poi tradirlo per i suoi comodi interessi e infilarsi in qualche giardino imperiale.
Immaginatevi una scena tipo di quella di “Siccità'” (per chi non l’ha visto, consiglio a gran voce): secondo me in un passato apocalittico se avessimo potuto vedere il Tevere in secca, non ci avremmo trovato lavatrici, elettrodomestici rotti, reperti archeologici preziosi e Giuseppe che trascina l’asinello con a bordo Maria incinta.
O forse, avremmo SOLO trovato l’asinello che fa trottare il Bambin Gesù in pancia, che scalcia, mentre benedice semini di Cicoria nascosti nel suolo, e li moltiplica, li moltiplica, e moltiplica. Il Tevere non sarebbe stato marrone, sarebbe stato VERDE. Voi ditelo a Virzi’.
In questa città dalla Cicoria non scampi, la Cicoria e’ come il prezzemolo. Sta dappertutto. Per par condicio.
Perche’ uno non si puo’ imbottire solo di crema, fritti e guanciale, ci vuole pure qualcosa di healthy.
Ma un elegante fiore di zucca portato al naturale sulle nostre tavole? Sia mai, quello ti arriva fritto, e dunque, ripeto, ci vuole pure qualcosa di healthy, anche quando il contesto healthy non e’.
Tutto questo per dire che ieri dopo una lunghissima giornata di lavoro, cotta e stracotta sono arrivata all’ora di cena. Con una enorme voglia di panino. Un panino buono, dato che avevo il lusso di non dovere scegliere tra i soliti chicken baguette o breakfast bap, o BLT, o tuna melt. Un panino goloso, un panino SEMPLICE.
E siccome nulla avevo per fabbricarmelo dyi ho dovuto rivolgermi al potente Just Eat.
Cosi’ ho acceso il computer.
C’erano tremila ristoranti tra cui scegliere, a casa ne ho solo cinque … .la ricerca pareva iniziare con una buona piega. Pareva… poi ho guardato i molteplici menu’. Tra un po’ mi infilavano la Cicoria pure nel panino Valtellinese.
La scelta era tra i seguenti panini con i sottoelencati ingredienti:
1) a,b e C come cicoria
2) C come cicoria, d ed e
3) f, g, h, i, La cicoria special
4) m, n, o, Pero’ un po’ di cicoria non guasta
5) q, r, Sticazzi se non ti piace la cicoria
6) u, Vuoi un po’ di cicoria, Z
7) k, y, j, x …. oh, mi sono detta, “finalmente un panino ‘straniero’, forse mi salvo”. E invece doveva saltare fuori la postilla, la postilla che diceva “+ cicoria rip. in omaggio inclusa”, come a farti un favore.

Allora ho (ri)pensato al Tevere in secca e a Gesù in pancia di sua madre sull’asinello.
Gesù’ che trottoleranno allegro, pregava abolendo il termine ripassata da tutti i vocabolari Laziali e del mondo, e che invece istituiva una ricorrenza speciale da anticipare alla vicina commemorazione dei defunti, e da segnare sul calendario:

17 Ottobre – Celebrazione dell Cicoria RIP.
Riposa in Pace cicoria mia.
Non ti fare ritrovare in altre vite.

Killing the night

Sono in un pub fatto di legno, di botti, di mattoni a vista, e che sa di fermata pre. Ho un’oretta da perdere prima di andare a una fermata, per prendere un autobus, per prendere un aereo, per andare. Nel posto in cui non abito. Dove ancora e’ estate. Col mio maglione pesante, i jeans, gli stivali. Che qua è arrivato l’inverno. Con la mia borsa amica di mille avventure, la borsa di Mary Poppins. Quella che, regardless, si infila sotto tutti i sedili. È l’ultimo viaggio così di quest’anno perché, finalmente, hanno deciso di mettere un diretto tra il posto dove abito e quello dove non abito. Il che vuol dire sette ore di viaggio in meno al minimo. Al minimo minimo. Un viaggio do durata mediana dodici ore da punto a a punto b che si trasformerà in un viaggio di quattro da punto a a punto b. C’è quasi da commuoversi. Pregate che l’esperimento Ryanair vada bene e che ce lo mantengano, un po’ come è successo alla tratta posto dove abito – posto dove sono cresciuta, aka, El paesel. Al paesello, l’ultima volta che ci sono passata, ho comprato la polenta bergamasca ed un salamino Brianza. Li ho fatti volare con me, dal posto dove sono cresciuta, al posto dove abito. E ora (ri)voleranno con me, dal posto dove abito, a quello dove non abito. Credevano di farsi vacanze a gratis non sapendo che il prezzo da pagare era molto più alto di quello dei miei biglietti aerei, stupidamente ignorando la loro fine: direzione effettiva stomaci nostri. Verranno rinfrescati da eventuali succhi gastrici nel luogo dove un giorno ho mangiato l’amatriciana più buona della mia vita, ma dove non ho MAI mangiato la polenta. La polenta, mi diceva sempre mia nonna, era il cibo dei poveri, perché la farina costava poco ma riempiva gli stomaci e scaldava un po’ l’anima. Ora mangiare la polenta con venticinque gradi non è il massimo, lo so, ma nella mia testa, e nel mio cuore è Ottobre. È la stagione dei mille colori, le foglie che cadono, le caldarroste e il primo freddo che arriva. Non nel posto dove non abito. Li non fa freddo manco a Dicembre, li non fa freddo mai. Quindi inutile aspettare più di tanto per omaggiare gli amici “di tradizioni nordiche”. Il cinghiale sta a marinare stanotte, mentre io viaggio, e domani al mio arrivo sarà pronto per essere cucinato accanto alla mia gialla delizia. C’è qualcosa che scalda molto, moltissimo, nel cucinare per le persone a cui vuoi bene, nel cucinare con quelle a cui vuoi bene. Siamo così diversi nel modo di fare le cose che finisce un po’ sempre come si dice qui, con un “too many cooks in the kitchen”, ma siamo così pieni di gioia nel farlo, che alla fine quello vince.

Come ha detto una mia amica oggi “il core sta nello stomaco”. E quando sia il core che lo stomaco stanno nel regno del cibo buono, non può che essere festa.

Non vedo l’ora di essere su quel bus e mettermi a dormire, non vedo l’ora di essere su quell’aereo e continuare a farlo, e poi svegliarmi, aprire gli occhi e trovarmela, li’, davanti, domattina. La nonmiacitta’.

Diventare grandi

“Passano gli anni, passano / crescono i bimbi crescono”

E niente, porto mio figlio vestito di rosso e bianco (per chi non lo sapesse, i colori del Cork) e vedo un biondino che lo saluta. Ci metto un po’, però lo riconosco.

Erano tutti toddlers nello stesso asilo 8 anni fa.

Mi sembra di essere tornata adolescente quando questo discorso lo facevo con gli amici di mio fratello. Li ho visti crescere, dai grembiulini blu a tre anni alle prime uscite.

Erano circa vent’anni fa.

Mi commuovo ancora. Generazioni di bambini … diventare adulti davanti a me. A me, che tra tutti fratelli, cugini etc rimango sempre la prima, la più grande. Nel senso di vecchia, strepitosa non saprei. A volte sarei solo curiosa di provare come si vive nel ‘mondo dei piccoli’.

Ma la verità è che anche se non lo potrò mai sapere mi accontento, ogni tanto, di tornare a Gardaland. Mi ricorda quando eravamo solo io e mia sorella, e la generazione dopo doveva ancora nascere, ed ero comunque la maggiore, ma le piccole, per tutto il nostro mondo, eravamo noi.

Capita…. E voi, da che famiglie venite?

Gli spaghetti non si spezzano!

In un Universo dove le lasagne si servono nello stesso piatto con le chips, commettere un crimine del genere mi sembrava il male minore.
Lo faccio inconsciamente, da quando ho avuto un figlio, inizialmente era un’idea per non soffocarlo, poi e’ diventata un’abitudine. Una cosa che faccio senza accorgermi, ma solo a casa mia.
Nessuno me l’ha mai fatto notare.

Poi un giorno Ossicino, mentre misuravo amorevolmente, 135,25 grammi di pasta per lui e gli altri, lasciando accuratamente in disparte i miei 60, mi e’ entrato di soppiatto in cucina, nel momento piu’ sbagliato…
“ma che, spezzi gli spaghetti?”.

Inutile dire che lui e gli amici si sono dileguati e hanno preferito la via del takeaway, ma non prima di avermi denunciata ai Caramba, che impossibilitati nel trovare un volo very very last minute, hanno mandato a casa mia i colleghi Garda.
E’ stato facile, io gli ho aperto la porta, ‘welcome for some real Italian food’.
Gli ingredienti erano genuini, mica tipo comprati al Dunnes, primizie nostrane.
Loro che si godono pasta pesto e pollo, solitamente, hanno trovato incredibile il mio piatto e insabbiato tutte le accuse. Ma lo spavento e’ comunque rimasto.

Stasera avevo voglia di comfort food.
Con l’innocenza di una Irlandese e l’incoerenza di me Milanese ho adocchiato un regalo che mi e’ stato recentemente portato dalla Puglia.
Avevo voglia di comfort, ricordi di infanzia e Halloumi in un piatto di solo.
Con l’irriverenza di una expat che ama le sue origini ma anche gusti e sapori del mondo (con mix spesso inventati), l’ho usato per farci il sugo. Per le orecchiette.

Sto aspettando la volante.
Addio.

Ps vi chiedete perche’ resto single? questa sarebbe altrimenti, probabilmente, la mia fine.


Virgi for president

Oggi sono andata a trovare mia nonna. Causa lontananza, e il fatto che sta in casa di cura da quando il COVID ha fatto strike credo non la vedessi da almeno tre anni. Tre anni nella vita di un anziano possono essere tanti, ma lei è highlander. L’ho trovata persino meglio di tre anni fa. Mangia, è ingrassata, e aveva un viso molto sereno. Speriamo di avere ereditato qualche suo gene, che a 94 in quella forma ci voglio arrivare pure io. Si godeva il sole, ha coccolato un gattino, ha chiesto a mia zia dove stesse la sua fede (le è stata tolta per sicurezza) e per la prima volta non ha guardato le mani a me. Fa ancora i cruciverba, gioca ancora a briscola. Mentre la spingevo sulla sedia a rotelle ho chiacchierato un po’ con mia zia. Ho quasi pianto con lei, perché a entrambe manca sua sorella, nonché mamma. Ma le ho raccontato di essere molto felice. Mia nonna in tutto questo non mi ha riconosciuta, ma era comunque bello essere lì, dopo tantissimo. Prima di andarmene le ho detto che mi scusavo ma “moglie e buoi dei paesi tuoi evidentemente proprio non ce la faccio”.

Chiamandola, per associazione di suono, ho ricordato l’altra Virgi, quella del posto in cui non abito, che ha 50 anni meno di lei … e ho immaginato che mia nonna avrebbe potuto combinare molte più cose in molto poco più tempo di lei. Non si sarebbe inventata certo le pecore taglia aiuole, avrebbe fatto tutto con le sue mani. Ho pensato che ora che ci dobbiamo subire Giorgia, sempre molto più giovane di nonna, pure di lei la mia Virgi farebbe sicuramente meglio. Virgi quando ti parla di Dio ti mette un rosario in mano, e ti insegna che bisogna amare TUTTI. Ho pensato che tra tutte ste donne politicanti, lei ne sarebbe stata una invincibile. Ho pensato “forse perché è testona, precisa e accurata come una Brianzola, non di certo come me che sono mille sfumature di tutto”. Ma l’ho pensato in maniera olistica, mica per fare un appunto di superiorità. Poi ho pensato che fosse un commento che avrebbe potuto fare piacere al nostro vicino che residente fu ad Arcore, e ho pensato che era meglio smettere di pensare ai politicanti. Poi ho realizzato che oggi nella mia Isola un altro governo svela il Budget 2023…. Mentre ora per ora escono notizie di quello che (non) cambierà. E ho pensato che è meglio smettere di pensare del tutto. Tra poco imbarchiamo, crollerò e sognerò di essere in un mondo altro. Dove per le strade sfilano cartelli che dicono “Virgi for president”.

Lo scrutatore non votante

“Si è comperato un mangiacarte / per sbarazzarsi della verità”

È risaputo da ogni buon cittadino vivente troppo a lungo all’estero che ogni tanto capita di fare strafalcioni plateali nella propria lingua madre.

Mi era meno palese che si potessero fare ‘strafalcioni’ anche nel proprio dialetto, mischiandolo inconsapevolmente a espressioni di origine non a km 0.

Oggi, al paesello, sono stata tacciata di un dialetto contaminato. L’esempio che mi è stato riportato non calzava a pennello, avevo fatto chiaramente un errore di sintassi traducendo dall’inglese (a pensare in un’altra lingua si finisce che capita più di quanto uno se ne accorga). Visto che era un giorno “importante” a livello nazionale si è iniziato a parlare di percezioni. A casa mia siamo ancora famosi per Il Bunga Bunga, “non vedo l’ora” di leggere i giornali quando torno. Avrò detto che io con Silvio non ci andrei manco morta. Ma ho apparentemente usato più manco che nemmeno, un chiarosegno del mio ploliglottismo che avanza. Non mi sono agitata troppo, così come non l’ho fatto inizialmente quando non mi è stata recapitata la scheda elettorale. Dopodiche’ mi sono ritrovata al supermercato a comprare cose per cena, e a cercare della rughetta. Alla terza volta che mi chiedevo dove rughetta fosse, mi sono allarmata come il giorno in cui ho capito che la scheda elettorale per disguidi con l’AmbasciatAmica non sarebbe arrivata MAI. Mi ci è voluto un attimo, ma ho avuto la prontezza di bloccare il pensiero che si stava trasformando in parola e alla fine ho pronunciato Rucola come è giusto che sia in queste lande. R-U-C-O-L-A. Probabilmente temendo inconsciamente anche “gli Eletti” che sono sicura non apprezzerebbero le contaminazioni plurislang, poco importa se includono parole dei loro reciproci vocabolari. E se ci fosse stato pure Matteo dietro l’angolo con una lupara, accanto al sciur “varda ti’ n po’ le mia bona de parla’ sta che”? Ero decisamente nel luogo sbagliato.

Per consolarmi ho pensato che al bar stamattina, mentre facevo colazione con la mia amica, vendevano cornetti e panini al cioccolato. C’era proprio scritto – nero su bianco – sulla vetrina “CORNETTO all’albicocca” , e’ ciò che ho preso. Forse, allora, la cosa non sta sfuggendo di mano solo a me. O magari è che questi già sapevano che sarebbe successo e hanno aggiustato per sopravvivere. Brioches fa troppo Francese dopotutto.

Immagino già la mia fine al Viaggiatore Curioso. Matteo, Giorgia e Silvio offrono una colazione agli avvenenti cittadini AIRE per diffondere il loro messaggio all’estero per bene (aspettiamoci altre lettere a casa, gente, iniziamo a temere come ai tempi dell’altro Matteo).

Matteo “com’era il tuo caffè, bloggista?” Me stessa (poiché offerto da lui) “‘na cosa”.

Proiettile sparato, caramba che arrivano ma chiudono tre occhi, titolo del giornale di Merdate “lei non si sentiva Padana, ma per fortuna o purtroppo lo era”.

Facendomi tutti sti film mentali e temendo chissà che forze oscure ho cercato di compensare acquistando due salamini Brianza e la polenta Bergamasca. Si sa mai, in questo momento storico che non sia un lasciapassare per farmi tornare a casa incolume. Li ho già messi in valigia.

In bocca al lupo a tutti noi. Che Dio ce la mandi buona non lo posso dire, oggi men che mai.

Sogni di rock n roll

Io ho sempre detto che da piccola volevo fare il pirata, non la principessa.

Quando giocavo con le Barbie, Ken non era mai il mio marito… al massimo un fidanzato occasionale. Avevo Dario e Lisa, i due bambini della famiglia cuore (così li avevamo chiamati) e me li crescevo da sola. A casa mia c’erano un letto con testiera girabile che era pure un divano e un fasciatoio che era pure un tavolo. Portavo i tacchi, ma il mio lavoro era l’austronauta. Per dire. Le gonnellone le metteva mia sorella, anche se negli anni e nella vita vera io sarei finita ad essere quella dei vestitini e lei quella dei pantaloni – sempre.

A contrario di certe altre ragazze, io non ho mai sognato di sposarmi.

Così quando mi sono ritrovata sul punto di farlo non avevo grandi desideri o aspettative, non dovevo realizzare i miei piani da bambina. Una cosa sola sapevo con certezza, o forse due: una era che volevo il mio colore preferito nel mio vestito. L’altra riguarda “Dio” ma Dio, che io ci creda o meno, mi ha fatto incontrare un prete eccezionale. A cui ho praticamente detto “io non ci credo, non voglio comunione, non mi vedrà fare segni della croce, lo sto facendo solo per lui”, che sia stato giusto o meno (col senno di poi è stata una scelta non non influente tra le dinamiche di relazione). Lui mi ha risposto “ti sposo comunque, perché sei stata onesta” e sta cosa un po’ mi ha sciolta, e allora ho detto “ok”.

Ho fatto poi le cose standard, tipo girare per location, assaggiare menu, costringere tre povere fanciulle Italiane a indossare lo stesso vestito per farmi da damigelle (nell’isola e’ un onore, per loro era più un onere ma le ringrazio tuttora di avere acconsentito). Ho obbligato mio fratello a vestirsi in fresco lana in Brianza in Agosto, perché I damigelli del marito volevano essere tutti belli uguali ed avevano noleggiato l’abito nel Munster, dove quello era il materiale più leggero disponibile.

Organizzare un matrimonio, chi ci è passato lo saprà, è quasi un lavoro. Farlo a distanza è ancora più divertente. Alla fine siamo stati (tutti) bravi ed è stata una bella festa.

Però, però con la storia dei compromessi ho rimosso. Ho rimosso le obiezioni sollevate e non accolte. Tipo “io ti sposo in chiesa, ma tu mi sposi come dico io?” “Ma, no, quella cosa non vale legalmente”. Ho rimosso le cose su cui ho ceduto, e la parte di me stessa che per questo è rimasta zittita. E so benissimo che è una cosa su cui ho ancora molto da lavorare, ma mentre il tempo passa, rielaboro, e mentre rielaboro, cresco.

Prima ho visto questa immagine. A volte basta veramente poco per riportarti a te stesso. Da piccola non sognavo di sposarmi, a trent’anni nemmeno, ma ora so esattamente come lo farei PER ME. E se semmai lo rifacessi (una volta non basta?) vorrei uno scoglio a picco sull’oceano, o un bosco, pochissima gente (anche se nella pratica scremare pare impossibile) e forse solo me e il malcapitato. O forse solo me e il malcapitato sullo scoglio e poi una festa con gli amici in mezzo al bosco. E un vestito così. Perché il vestito che mi sono scelta la prima volta mi piace un sacco, e ancora lo tengo. Ma un vestito ‘hippie/pagano’ ed una promessa promessa davanti a Madre Terra e Benedetta dall’Amore che conta sempre che si chiami Dio, Allah, l’Inter, o la Carbonara poco importa, fa decisamente molto più me.

Poi può anche arrivare Luciano a suonare per me mentre mi metto gli anfibi.

Se inizio da ora a farmi pubblicità in Faccialibro magari raccimolo abbastanza seguaci per avere questo favore. Accanto alla corona di fiori fatta da qualche amica ma con le violette offerte da Berrettini. Se vi serve vi posterò tutto quello che faccio in diretta, se non vi piace non dovete rimanere miei amici. Quelli che lo sono davvero riusciranno pure a trovarmi un cavallo bianco, e a farmi andare a qualche lezione gratis dalla Contessa. Tra qualche settimana prenoto pure il mio viaggio di s-nozze. Il mio IBAN sarà stampato sugli inviti. Domani sono al paesello e inizierò a imbucarveli nelle vostre cassette. Grazie di cuore e arrivederci.

(Chi mi conosce saprà che in sto ultimo paragrafo non sono veramente me stessa, e mi perdonerà la satira… è che lo dovevo dire.)