Il paesello – Come essere un Vip


Al mio paesello non c’e’ bisogno di poter permettersi di invitare tutti gli amici alla Pergola per essere un Vippe. (Ebbene si, al mio paesello pure abbiamo una Pergola).
Al mio paesello un Vip lo sei tutti santi i giorni, anche se non vorresti.
Perche’ li’, uno sport in cui molti sono ben ferrati, e’ lo spetegules.
E’ una tradizione, ereditaria, che si deve tramandare di generazione in generazione.
Se lo rifiuti crei scompiglio nell’ordine delle cose, vieni ritenuta/o egoista, una/o che non si interessa degli altri e che porta grande parte dei compaesani a soccombere alla noia dei posti in cui non c’e’ nulla da fare..
Credo che faccia parte del bagaglio culturale con cui ti devi scontrare quando Karma decide di farti nascere e crescere in un paesello de quater gat.

Nella Grande Bellezza

  1. io cammino coi tacchi, mbriaca, in minigonna, accanto ad un uomo, a trecento. Nessuno mi si fila.
  2. recupero un calendario 2022 con sculture a tema fallico per le amiche isolane (i preti che volevano non eran abbastanza sexy, e i gladiatori erano rimasti al 2021). Tranquillissima, senza alcun imbarazzo. L’edicolante non mi fa alcuna domanda e non gli interessa dove saro’ a dormire.
  3. vado dalla parrucchiera. Mi siedo, mi dice che e’ stanca perche’ ha lavorato tanto. Non sa come mi chiamo, da dove vengo, dove vado. Basta che pago.

Al mio paesello NO. Ogni cosa che fai e’ registrata per filo e per segno – come non sentirsi speciali?

Nella Mini Bellezza

  1. Se per caso cammino coi tacchi, mbriaca, in minigonna, accanto ad un uomo, a trecento. Tutti: ha un appuntamento, avrà qualcosa da dimenticare, e’ una scostumata e si veste come una ventenne e nemmeno si vergogna, e’ sicuramente il suo fidanzato, ve l’ho detto che era una scostumata. Come e’ bello avere cosi’ tanti followers.
  2. Recuperassi il calendario a tema fallico per le amiche, qualcuno verrebbe a saperlo. Telefonerebbe a Paola, Giovanna e Maria che andrebbero a bere un caffe’ con Ernestina, Lucia e Laura, che incontrerebbero al mercato Elisabetta e Marta che mi denuncerebbero.
    Con l’immagine pulita, dopo avere fatto passare l’arte per pornografia, mi spedirebbero a recuperare altri esemplari di “Pisello 2022” facendomi promettere di non dire nulla. “Se la mia vicina sapesse che sono stata io a volere un calendario con una statua di Pompei nuda, chissa’ cosa penserebbe di me…”
  3. Vado dalla parrucchiera. Sanno che sono tornata, sanno quanto resto, mi chiedono del fidanzato di mia sorella, fanno l’elenco dei figli della cugina, mi informano sugli eventi mondani cosi che io venga al corrente di tutto. Mi sento veramente importante. Mi fa pure lo sconto.

Nella Grande Bellezza passo il mio tempo liberamente in completo anonimato (forse il mio desiderio di fare un giorno il bagno nel fontanone viene dal fatto che almeno li due o tre guardie mi noterebbero, finalmente… questione di DNA), nella Mini Bellezza non avrò mai scampo.
Nonostante 17 anni di latitanza troppa gente sa ancora chi sono. E se non lo sanno di preciso, rimango comunque

  • La figlia di
  • La nipote di
  • La sorella di
  • La cugina di
  • Chela tusa che ha spusa’ un fureste’

E qui mi fermo, non solo perche’ per oggi ho dato abbastanza, ma perche’ quest’ultima “definizione” ha generato una serie di fantomatici episodi, che hanno recentemente avuto conseguenze abbastanza esilaranti…. tutte da sbobinare.

Alla prossima!!!

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La Grande Bellezza – Parte 2

Citta’ and paesello

La più consistente scoperta che ho fatto
pochi giorni dopo aver compiuto
sessantacinque anni
è che non posso più perdere tempo
a fare cose che non mi va di fare

(“La Grande Bellezza” Jep – ma anche a quaranta…)

Io questo film l’ho visto per la prima volta quando era uscito da poco.
Dividendo il tutto in tre puntate perche’ dueoreeventidue di durata erano allora una mission impossibile da reggere di fila. L’ho visto in tre serate dispari, in quelle in cui non toccava a me mettere a letto il pargolo. Ma quando non dormi da due anni una notte filata, anche quaranta minuti di tv hanno effetto soporifero all’altezza di un Tavor.
Ho faticato molto, anche perche’ e’ una pellicola dall’infinita lentezza. Non lo ricordavo, e non ero sicura di averlo capito.

Cosi’ quando e’ capitato nel catalogo, sette anni dopo circa, ho pensato che fosse il momento di ritentare.
Dalla stessa TV, dallo stesso divano, sempre con una coperta addosso, ma da un’altra casa. CasaMIa.
Potendo, ho scelto esplicitamente di vederlo di pomeriggio, perche’, nonostante siano passati i tempi in cui il pargolo mi svegliava in continuazione la notte, la palpebra calante davanti alla tv mi resta tuttora.

L’ho visto la prima volta quando ero ancora all’oscuro di come sarebbe cambiata la mia vita.
Quando nemmeno lontanamente immaginavo come quella bellezza sarebbe finita per entrarci dentro cosi’ tanto.
Quando era la fotografia di quel film, la volta piu’ recente in cui avevo incontrato la bellezza, ed erano piu’ le volte che la incontravo attraverso gli occhi di qualcun altro piuttosto che direttamente.
(“Tu sei lei” di LL e’ un altro pezzo di occhi che per me in qualche modo rende lo spettacolo).
Quando ero completamente insensibile a quell’angolo che mai verra’ completato della metro C, e anche ci fossi passata per caso, non l’avrei mai associato al punto di riferimento che e’ poi diventato nel tempo recente.
Quando ancora non avevo per nulla presente lo strano match bellezza – monnezza.
Perche’ prima guardando Sorrentino vedevo solo una meraviglia da mozzare il fiato. Ora la meraviglia da mozzare il fiato la vedo, anche vicina, e pure bene ma noto pure al suo fianco l’immancabile cassonetto che straripa, o le strade che straripano dei cassonetti straripanti.
Bellezza – Monnezza, dico io.. Non si puo’ avere tutto dalla vita? Auguri e sindaci maschi, che Roberto ve la mandi buona.

Il film l’ho rivisto un weekend, con gatto che scaldava i piedi, ancora senza capirne il finale.
L’ho rivisto con due occhi nuovi perche’ ora ci vedo posti che si fanno sempre un po’ piu’ miei.
Come quando il protagonista passeggia davanti a un convento in una stradina tanto carina, e vede un cane.
E io mi dico che in quella stradina tanto carina ci ho passeggiato l’ultima volta un mese fa.
Come la suora del film sono entrata in un giardino. Solo che io mi sono dovuta fermar su una panchina. Che come vi dicevo l’altra volta madre natura e’ puntuale, e non e’ sempre solo la bellezza a farmi girare la testa. Ho ascoltato un ragazzo che suonava la chitarra, gli ho lasciato due monetine, ho guardato la bellezza dall’alto. Ho chiesto a due turiste di farmi una foto.
Turiste loro… e io? Io cosa sono? Mi posso definire (ancora) una turista? Non saprei piu’ dire. Poco pero’ importa – e’ molto facile sfumare e confondersi e ‘nascondersi’ qui. Qui posso ancora essere facilmente una persona qualunque tra tante altre, innocua. Difficilissima da notare. Mi piace cosi’.
Mi piace lei, cosi’ bella, cosi’ incasinata, cosi’ che ‘non riuscirei mai a vivere in un posto simile’ (poi mai dire mai nella vita….), cosi’ che quasi non ho voglia di aspettare l’anno nuovo per rivederla.
Bellezza – Monnezza.
Io non pubblico mai foto mie, ne’ ci tengo. Ma ne ho una che rappresenterebbe bene la dicotomia.
Ci sono io, con una gonnellina che qua a Ottobre proprio me la scordo, e che al paesello dovrei scordare quasi tutto l’anno. Io che indosso finalmente un bel sorriso (solitamente vengo solo con le smorfie). Guardo l’obbiettivo, felice di essere da Giordano. Dietro le mie spalle c’e’ la piazza, tutto il fascino del suo mistero, e i suoi profondi occhi neri. Dietro i miei piedi i rifiuti, le arance, e altre schifezze lasciate dal mercato che ha appena sbaraccato.
Non e’ forse la piu’ grande bellezza (dopotutto, pero’, qui non e’ semplice sceglierne una sola. Ok, direte voi, c’e’ una bonazza in posa, ih ih ih MA…), ne’ tantomeno la piu’ terribile monnezza, ma simboleggia l’idea.

Io al paesello ad Ottobre, in minigonna, con una canotta, non solo avrei avuto freschino forse, ma sicuramente sarei stata scomunicata. Non dal curat, ma dalle sciure. Al paesello, fossi stata la ‘non turista’, avrei sicuramente gia’ avuto un’etichetta….. la tusa le che parla minga ben, te’l vista? Chi l’e’? Te savet minga perche’ le’ ven inscia’ semper?
Ma la grande bellezza tutta sua il mio paesello pure la sa’ avere; sta nella natura, e in milleduecento diverse contraddizioni. E il posto in foto, non ci crederete, non e’ una villa di citta’, si trova invece proprio li’…
Prima casina mia, ti prometto che ti dedicherò un post…. presto.

N.B. La bellezza e’ piena di refusi e di accenti mancati
perche’ sono le imperfezioni a rendere bella la vita (oltre al fatto che sono le undicidisera)
“Perche’ se vuoi i colori, stai attentaaaa a te” (Manuel Agnelli, anche lui frutto della bellezza delle parti mie).




Dove’ la Vicioria, le volti la chioma



Puntata precedente sequel:

mi guarda come se avessi tre teste, stile ‘ma che azz stai dicendo’?
“Vicioria – Vicioria non esiste, e’ una parola che te sei ‘nventata te.”
“Come fai a non sapere cosa vuol dire vicioria?”
Come puo’ ordunque, qualsiasi essere nato o non nato su quel ridente ramo del lago che Manzoni rese cosi’ famoso, non conoscere il significato di Vicioria?
Una parola cosi prestigiosa che ricorda una nobile regina?
C’e’ pure un poema, e l’ha trovato lui:

anca Elisabeta la gh’avarà un fiöl, Giuàn, che’l prepararà la sò mision nel mund d’i omi pien de vicioria e de dasü…

A sto punto, ancora incredulo di fronte all’innegabile evidenza, si mette a leggere.
Il suo tentativo sfocia in una recita con un simil accento Bergamontanaro a cui io sono piegata in due, in quattro, mille pezzettini. Piango dal ridere e non riesco a smettere.
Al la gh’avara’ con cotanto di mugugno tipo ‘che azz sto leggendo’ (il poema non iniziava proprio da questo verso) poi divento maestrina tipo ‘non ci siamo – va bene il resto, ma le basi, ragazzo, le basi’ e rido e piango e rido.
Quando scopro che poi nemmeno sa chi e’ il trumbe’ mi arrendo sconfitta all’evidenza

Mia nonna, la MIA Virgi, ha sempre ragione.
Mogli e buoi E OSPITI dei paesi tuoi, mi direbbe se la chiamassi ora.
infatti lei e’ a novant’anni suonati ancora a combattere. L’altra, l’hanno fatta fuori in cinque.
Ma io ho la testa dura, ahime’, ascoltassi una volta ogni tanto….
Mia nonna avrebbe tradotto in un minuto il concetto:
“Anche Elisabetta avrà un figliolo… pieno di brio (alias vicioria)”
Virgi saprebbe pure spiegarmi l’etimologia della parola, tuttora a me sconosciuta…. ‘vivacità’ come suono potrebbe ricordare? Io ignoro, e, speranzosa, chiedo aiuto al pubblico di Faccialibro che ogni tanto potrebbe tornare utile. Attendo ancora i risultati.

Ci sta tutto questo in una domenica di tentato fancazzismo, gente.
Perche’ madre natura ci tiene a ricordarmi che con me, e come me, ama la puntualità.
Perche’ quando fai la vita da single per meta’ del tuo tempo, lei colpirà, ovviamente, quando sei libera da doveri materni.
E poi care, se non ascoltate le amiche che vi millantano i benefici di un pezzo di silicone per sconfiggere le noie pratiche di convivenza con la regolarità di ’28giorni – e’ cosi che va il (nostro) mondo’ sono fatti vostri.
Donne, se non assecondate le consigliere pusher che vi propongono una magica pillola per fare si che quei 28 giorni vengano spostati di 7 e cadano nel weekend col pargolo, siete proprio fesse.

Perche’ abbiamo tutti dei ‘vizi’ piacevoli da assecondare.
Ma quando vi dico che il massimo sforzo e’ stato cacciare un moscone fuori dalla finestra, vi dico che il massimo sforzo e’ stato cacciare un moscone fuori dalla finestra.
Perche’ io sono quella che mi si dice “non hai più vent’anni” ma l’ammorree con le zie, ragazzi, e’ un po’ come l’ammmorrre con i figli accanto: intacca la spontaneità. (Amica mia, anche sto giro mi sa che ti abbiamo fatto fischiare le orecchie).

Continuiamo allora a cazzeggiare focalizzandoci su Vicioria … in tema di vizi, mi viene proposto questo sonetto:

Sò du’ vizzietti, me diceva nonno,
che mai nessuno te li pò levà,
perchè sò necessari pe campà,
sin dar momento che venimo ar monno.
Er primo vizzio provoca er seconno:
er sonno mette fame e fa magnà,
doppo magnato, t’aripija sonno,
poi t’arzi, magni e torni a riposà.

Ecco, mangiare e dormire. Per chi si sa godere la vita.

Io a Dicembre intanto torno nello Stivale, a casa, e ho preparato una preghiera.
A favore di tutti quelli col DNA nordico (un giorno mi ringrazierete, gente):

O mia bela Madunina che te brillet de lontan
Tuta d’ora e piscinina, ti te dominet Milan
Sota a ti se viv la vita, se sta mai coi man in man
Ma te’l disi amo’ na volta, per piase’ – fam ‘mpara’ a nda’ puse’ pian

Grazie Madonnina, a presto.


Frizzante con Brio


Le parole con cui siamo cresciuti,
I dialetti dei nostri luoghi.
A casa mia non si parlava dialetto,
ma a casa dei nonni, si.
Cosi’, anche se non lo so scrivere (senza accenti soprattutto), qualche termine, senza volerlo, mi e’ rimasto dentro…

Fast forward di un ventennio, nel mondo degli expat che arrivano da diverse parti dello Stivale
tendiamo a parlare un comune itenglish, senza nemmeno accorgercene.
Qui si coniano termini tutti nostri, perché 15, 16 anni vissuti abroad fanno si che certe parole le hai imparate direttamente in loco. Alias, a cup of cake – certe volte non saprei proprio come dire in italiano.

Ma quando meno me l’aspetto, ecco – la mia anima bambina torna.
Siamo in una giornata di fancazzismo totale, dove lo sport piu’ estremo e’ stato quello di cacciare due mosconi fuori dalla mia finestra. Ci sono dieci gradi, ho un gatto e pure i ragni – che stanno qui a fare?
Siamo in un giorno di fancazzismo totale, con madre natura che rompe i cosiddetti – nei suoi infiniti puntuali modi.
Vedo Luca pacificatamante appisolato sul mio divano dopo che non abbiamo fatto altro che mangiare.
Abbiamo persino fatto e finito il tiramisu’ in meno di ventiquattrore. Poi io ci ho aggiunto patatine, brioche, e Haribo che bonta’ la si gusta ad ogni eta’ (rubate a mio figlio – shhh).
Luca ormai e’ abituato a questi miei esilaranti attacchi di fame causati dalla bellezza d’essere donna ‘se madre natura rompe le scatole – non c’e’ altro rimedio che distruggersi di zuccheri’ (che culo), mi difendo..
Ci prova pure a sgridarmi, ma credo ormai si sia arreso.
Per fortuna non mi vede ora mentre mi accingo ad addentare il secondo blueberry muffin della giornata.

E siccome pure lui ha mangiato troppo, eccolo li. Accoccolato col gatto sornione. Con me, che ferma non so stare, davanti. Mi viene da dire “muovetevi voi due – e qui comando io, e questa e’ casa mia – comoda la vita”.
Perche’ puoi levare un Brianzolo dalla Brianza, puoi metterlo in posti che favoriscano un certo rilassamento e l’illusione di stare migliorando col tempo, ma non puoi levargli fino in fondo l’istinto de ‘sta mia coi man in man’. La soglia che persino l’emigrato brianzolo non supera. Quel nagging interno fastidioso del dovere fare qualcosa. Rilassarsi? Una perdita di tempo. Il tempo e’ denaro, bagai.
Non lo sconfiggo, allora mi metto le scarpe ed esco – camminare mi fara’ bene. Vado a prendere un francobollo, una busta perche’ mi servivano e assolutamente non potevo aspettare la mattina dopo.
Torno e loro sono ancora li’, meravigliosi, da fare invidia a qualunque essere combattente col proprio gene frenetico come me.
Ovviamente la mia prima reazione non e’ pensare ‘che bello, ora mi svacco anche io’ – cosa che sarebbe estremamente saggia. No, io devo necessariamente battere le mani come un forsennato spettatore a una standing ovation e esclamare
“su, su un po’ di vicioria”.
Gatto non fa una piega, Luca mi guarda come se avessi parlato cinese. Crede io abbia coniato un nuovo termine.
Gli giuro che e’ una parola che esiste, e mi avvalgo di internet per avvalorare la mia tesi – ma il mio google con stampo anglofono mi corregge tutto in Victoria. Per fortuna il suo google non e’ campanilistico, e ci trova questo poema

anca Elisabeta la gh’avarà un fiöl, Giuàn, che’l prepararà la sò mision nel mund d’i omi pien de vicioria e de dasü…

To be continued
Perche’ di vicioria, ora, proprio non ne possiedo.

Punto. Grande.

Il gatto e’ rotto.
Dopo un ultrasound che ci ha svelato il nulla (“non ha niente di grave, ma non capiamo esattamente cosa lo faccia stare male, dobbiamo andare per eliminazione”) e’ a dieta.
Solo cibo gastrintenstinale spacciato come zafferano dai veterinari.

La macchina e’ rotta.
Ha deciso che voleva andare in pensione in mezzo al traffico e si e’ fermata (“pam, patapumum, pluf, e io mi blocco qui”.)

Il portafoglio e’ rotto,
tra la vet bill e il preventivo del meccanico ha bloccato la zip (“questa carta di debito da qui non deve proprio piu’ uscire”).

Io e mio figlio siamo interi, vivi, e molto molto fortunati.
L’Universo funziona.
E chiusa una porta si apre un portone.
Non dimenticatevelo mai.

That’s Amore

When the moon hits you eye like a big pizza pie
That’s amore 
When the world seems to shine like you’ve had too much wine
That’s amore

Colonna sonora attuale:
Vieni a vivere con me, sai quante cose potremmo fare?
Parlare un’ora del colore
Per ridipingere il soffitto

(edeciderechenoncipiaccionoglistessiquadri)
Potremmo essere felici fare un mucchio di peccati
Potremmo essere felici e a volte un po’ disperati
Potremmo dirci certe cose da fare accapponare la pelle
Potremmo fare certe cose che ci fucilano alle spalle

Youtube passa la voce di un ragazzo Bolognese, che parte con la moto usata (ma tenuta bene), per scappare dalla sua citta’ senza pieta’ e arriva fino al mare mostrando il suo fisico bestiale alle ragazze che si abbronzano, e sono margherite e aiuole e viole da non calpestare (ricordatevelo gente).

Come il giovane Luca, anche io so che non si puo’ generalizzare, per questo (se) sto sotto al tuo portone cerco il(un) cognome per suonare. Perche’ le CCCE che vogliono un po’ tenere il piede in due scarpe (o simbolicamente in due indirizzi) secondo me non sono viole ma un po’ prezzemoline (non me ne vogliano troppo, eh, ma orsu’, un po’ di buon sano femminismo … libertà’ avete voluto, libere provate a diventare, anche nella burocrazia.)

Youtube mi ricorda che di quel giovane ragazzo Bolognese, io non so piu’ nulla.
Ok, direte voi, chiedi a Google.
Non mi interessa particolarmente.
Mi colpisce invece ritrovarmi una canzone di 19 anni fa (davvero vecchie siamo), intanto che lavoro, e canticchiarne, ricordandomelo, il ritornello.

Ma l’amore che cos’è?
Bravo chi lo sa capire.
Ma l’amore che cos’è?
Nessuno ce lo può spiegare.
Ma l’amore cosa fa?
Può farci tutto ma non del male.

Bravo Carboni: e’ da infiniti secoli che l’amore ci porta a cantare, dipingere, scrivere, creare.
Ed e’ perche’ davvero non lo possiamo definire, intrappolare ma abbiamo l’eterna ambizione di catturarlo in qualche modo.
Non ci si riesce mai davvero.

Ma l’amore che cos’e’?
Nel dibattito tra me e l’amica, io continuo a rispondere “non lo so”, ma in fondo, mi va benissimo cosi’.

Una cosa pero’ la so: so che, mentre e’, non fa davvero del male.
Se diventa ‘male’ e’ perche’ ci entrano dentro ego, orgoglio, possessivita’, paura, controllo, e chi piu’ ne ha piu’ ne metta. Una cosa lontana secoli dall’amor puro.

Dunque secondo me aveva ragione Carboni.
Ma anche Dean Martin.

When the stars make you drool just like a pasta e fasul.
That’s amore
.

Perche’ da sempre si sa, che quel nodino che senti in pancia sono definitivamente farfalle. Su un piatto, conditte con salmone e panna. Perche’ non c’e’ gesto piu’ nobile d’amore di nutrire e nurtrirsi, in tutti i sensi.





Buongiorno

Ogni dialetto ha le sue sfumature speciali.

Ma ricevere un Buongiorno o un Buonanotte nella propria lingua madre, a volte, scalda piu’ di una tazza di cappuccino vero, rigorosamente bevuto la mattina soltanto.
(Io ormai ho preso tutte le abitudini local e perso tutto il galateo del caffe’ – alias faccio schifo e lo bevo ovunque e comunque).
La mattina, per colazione, accanto a una brioche alla crema appena sfornata.

Meno di due mesi al ritorno.

A coffee for the road

“Sarà sarà l’aurora
Per me sarà così
Come uscire fuori
Come respirare un’aria nuova
Sempre di più

Sarà sarà l’aurora
Per me sarà così
Sarà sarà di più ancora
Tutto il chiaro che farà”

Non per essere spocchiosa, che e’ un duro lavoro fatto anche di tante capocciate ai muri e nocche sanguinanti, ma sono sempre piu’ fiera della persona che sto diventando.

“Tutto ciò che ti succede non succede A te, ma succede PER te” mi ricorda un’amica che passo a trovare mentre lavora tra creme, oli e profumi.

Tutti coloro che “ci succedono”, non sono sulla nostra strada per caso – penso.
E allora guardo lei e vedo me, osservo fili che si intrecciano, noto (come se stessi guardando un film in cui la protagonista non sono io) me con questa torta in mano, appena comprata al mercato, che sto per portare a cena da un amico che entrambe conosciamo.

Come ci siamo conosciuti?
Forse abitando nel posto piu’ bello in cui io abbia mai vissuto.
E che sento sempre un po’ come casa ogni volta che ci arrivo, giro la curva, e vedo il mare.
Chissa’ – forse un giorno li tornero’ a dimorare.
Ma credo ci saremmo incontrati comunque.

“(gli incontri) fanno giri immensi e poi ritornano”

Ero in un locale, una roba tipo 11 anni fa.
C’erano dei quadri appesi.
Io dico alla proprietaria ‘che belli …. ma e’ Kinsale?’
Lei ‘ si, li dipinge un mio amico che ci abita. Anche tu stai li vero? Aspetta, ti do il numero….’

Ora sono appesi alle pareti di questa casa, dove sto io, davanti a una stufa caldissima (che bello il fuoco).
Non ci siamo visti per anni, e ora ci troviamo ‘d’improvviso’ genitori single, qui a parlare di noi, di CCCE, figli da crescere, app che offrono per lo piu’ one night stand, amori “lontani” complicati e bellissimi, karma.
Gli dico di avere appena visto la bionda – guarda un po’ il Reiki che connessioni ci mette davanti.
Tutti e tre in diverse fasi del percorso, del nostro percorso con l’energia. Proviamo a trovarci per uno scambio. Pensiamoci. Guardo le pareti piene di mare e colori ad olio, e mi dico che dovrei tornare a disegnare
Chissa’… ci accomunano forse molte piu’ cose di quelle che crediamo..

Saranno stati dieci anni fa.
Ero su un sito di “expat”.
Il marito mi scrive per chiedermi informazioni, sta valutando con la sua famiglia di trasferirsi dallo Stivale al posto Isolano in cui vivo. Mi manda una foto del suo matrimonio ‘questa e’ mia moglie’.
Una donna bellissima, con un sacco di luce attorno.
Ci teniamo in contatto.
Un giorno, “per caso” abbiamo lo stesso volo Milano – Cork, e ci troviamo in aeroporto..
Era la prima volta che ci vedevamo. Lei si presenta e mi sorride. E io so che un caso non era.

All’alba di questo nuovo inizio,
in questo giorno cosi speciale,
voglio ringraziare di nuovo Signora Vita,
non smettero’ mai di farlo.
Per tutte le belle persone che mi ritrovo accanto, sempre.
Non so spiegare quanto mi riempia il cuore.

In questo giorno cosi speciale,
in questa Aurora,
il sentirmi cosi piena per un dono cosi grande e’ una cosa che voglio continuare a portarmi dietro.
In questa Alba, a questo Universo,
GRAZIE.

Buon Inizio!

Viva L’Italia, viva il mondo.

“Mamma, sto ascoltando questi che cantano in inglese, ma sembrano Italiani – pero’ MI PIACCIONO, sai chi sono?”
“Si chiamano Maneskin (bravo figliolo allontanati dal tunz tunz che mi rendi fiera) – il cantante si chiama Damiano, e si, sono Italiani”.
Sto ancora cercando di capire la sua concezione di “sembra italiano”.

“Mamma mi porti a Venezia?”
“Lo sai che sta in Italia, e non e’ nemmeno troppo lontana da casa del nonno. E’ la mia citta’ preferita, ci sono stata un sacco di volte”.
Ci pensa su, ma e’ troppo curioso – grazie anche a “Spider Man: Far From Home”. Grazie Marvel.

“Mamma, le Ninja Turtles si chiamano Raphael, Donatello and Michelangelo – che nomi strani”. (Raphael soprattutto).
“Non sono nomi strani, sono nomi di famosi artisti Italiani.”
“Non ci credo!”
Strano non l’abbia immediatamente verificato con Alexa o Siri.
Se Raffaello potesse avere un profilo TikTok decisamente sarei a cavallo. Ma anche l’ormai anziano Google aiuta.
E vedi questo che smanetta sullo schermo con me davanti “voglio guardare” e finisce su una foto di “una bellissima chiesa con un bel buco nel soffitto”. Esterrefatto.

Io non posso che gongolarmi: quello e’ pure uno dei luoghi a me piu’ ‘sacri’, dopo il filosofo incappucciato (e ovviamente le fontane in cui ancora non ho fatto il bagno). Luoghi che mi sembrano essere diventati ormai paradossalmente quasi un po’ ‘lontani’, perche’ cosi vicini. Tipo tutti i posti che hai dietro l’angolo e dunque finisci per vedere sempre meno – tanto stan li.
Dal vangelo secondo Luca “i posti da turisti”.
Dal vangelo secondo il mio portafoglio: “uno scam mascherato”.
Voglio andare a vedere una chiesetta, che sta su un colle, ma c’e’ un cancello che mi blocca. Fa parte di un parco archeologico. Oh toh – per entrare devo fare un biglietto, che costa proprio due lire e si puo’ solo prenotare online con tanto di costo aggiuntivo per la transazione elettronica. Costa due lire perche’ include l’accesso ad altre attrazioni accanto. Prendi 3 paghi 3, prendi 1 fatti tuoi, paghi sempre 3. Puoi lamentarti? Sei cretina te, se non ne approfitti per andare ovunque.
Dal vangelo secondo Luca “i biglietti da turisti”.
I biglietti “discount” da cittadini che pagano le tasse, parte delle quali vanno al Comune per tenere in piedi tutta sta bellezza non li vogliono concedere. Sia mai che gia’ graziati di tutta sta meraviglia accanto, non ci possano pure passeggiare a un prezzo piu’ modico con le famiglie tornandoci ogni domenica. Fortunati noi forestieri – almeno non abbiamo il cruccio.

Mentre viaggio mentalmente tra i miei luoghi di contemplazione, mio figlio ha gia’ scovato luoghi di interesse altri: immagini della “bocca di pietra che non parla ma sa tutto” e del “teatro dove combattevano i gladiatori”.
Queste cose le ha gia’ viste solo in foto, e frequentemente nella pizzeria del paesello Isolano, accanto a una statua di un Bacco ciccionissimo che ogni volta che ci passiamo scatena un “ma perche’ c’e’ bisogno di un dio del vino???”.
La mia amica cuoca Michelin ha gia’ dovuto passare l’indignazione nel sapere che al figlio non hanno insegnato a scuola le basi delle civiltà’ antiche.
Ok, siamo troppo vicini al Vallo di Adriano….ma anche dall’Italia le Piramidi sono altrettanto lontane, eppure eppure. Tocca a noi fare quello che possiamo, a me, che odiavo storia a scuola ma ne riconosco l’estrema importanza.
“Voglio vedere tutto, e’ tutto vero?”
“E’ tutto verissimo, prima o poi ti ci porto.”
Ti ci porto schiacciando la mia vena Brianzola, dappertutto, con tutti i biglietti da turista possibili, mentre mangi un gelato con la panna (cosa che a casa del nonno non si fa). Ti ci porto nella speranza che tu capisca (anche e davvero) che siamo tutti uguali, non importa da dove veniamo. E con te vorrei fare altre mille viaggi.

[Bottom line: io un figlio razzista non lo voglio, e tantomeno razzista contro le sue origini.
Sto tentando in tutti i modi di fargli capire ciò che e’ importante. Ma l’altra campana, a sua detta, l’ha quasi convinto che il suo 50% di sangue isolano e’ migliore dell’altra meta’. Immagino non rifletta sul fatto che non fa un torto a me, ma alla crescita del suo figliolo.
E al figliolo non serve avere il giro di amici ‘meticci’ (tanti), e non sempre funzionano i miei discorsi…
Se poi pure a scuola gli insegnano le guerre mondiali con “cattivi e buoni” (e indovinate di che nazione erano i cattivi?) siamo a cavallo. Come si fa? Se non fosse che sarebbe fare un enorme torto al figliolo, sarebbe quasi da portarlo via da qui per un po’….].

Ti porto fuori di qui, e ti porto ovunque – perche’ solo con una mente aperta puoi davvero farti le tue idee e crescere per bene.
E sicuramente ti porto a Venezia.
Perche’ “Venezia e’ un pesce” (libro carinissimo). Meraviglioso. Anche senza Spiderman.