Intermezzo.

Soundtrack: 

"Coz me and the boys will be playing,
all night."
(Spotify) 

E (nella mia testa) 
la voce di un giovvvine Stella,
da quel palco, che dice
"a tutte le Beth"



Intermezzo.
Spotify passava UNA canzone.
Ah, le canzoni, quelle magnifiche che se le associ a qualcosa, qualcuno, un momento, finiscono per restare cristallizzate nel tempo.
E per regalarti un momento di eterno.
Che se le riascolti, ti riportano li, dove le hai sentite per la prima volta.
O nel momento in cui ti hanno rapita per sempre.
Oppure, ancora piu’ bello, nel per sempre del momento che non ti aspettavi, ma che ti ha decisamente rapita, e che resterà per te UN momento.

Che se avessi una figlia femmina probabilmente finiresti per dirle che gli uomini, di cui ci lamentiamo, di cui sparliamo, di cui ci innamoriamo, che non sopportiamo, che vengono da Marte e noi da Venere.
Quelli, quelli se non ci fossero bisognerebbe inventarli.
Tutti dal primo all’ultimo. Tutti quelli che ti capitano tra capo e collo.
In veste di amici, nemici, dirimpettai, amori, confidenti, amanti, rompiscatole, machimelohafattofare.
Tutti quelli che compaiono nella tua vita. (Ok, non esageriamo, facciamo QUASI tutti dddaaiii.)

Spotify mi passa questa canzone. E mi dico che sono per prima, fessa, in fissa ma Felice.
Felice d’avere incontrato dei deficienti cosi’ nella mia vita.

Perche’ c’erano una volta i TD.
I TD, non i politicanti di qua, ovvio.
Ma dei giovvvini baldi biondi che avevano deciso di storpiare il nome di una famosa boyband di allora (se non capite siete davvero troppo millenials) in cui un non ancora troppo famoso Robbie Williams ballava a ritmo di pop. E CiccioBomboCannoniere immagino cantasse, gli altri chi se li ricorda piu’….

Beh i TD erano decisamente piu fighi di loro (ragazzi non montatevi la testa).
Qualcuno avrebbe detto che cantavano,
le signore di mezza eta’, o le nonne sconvolte dicevano:

che tri le’, canten mia VUSEN
e “che’l rop le sul brac, mia appost”

Quando poi io mi sono impegolata col Mr Batterista, sono iniziate le avvertenze della Virgi:
“Chel bagai le’, lo ve’ mia in gesa, stac atenta
Al che io avrei potuto rispondere seriamente: con ‘l’abito non fa il monaco’ o ‘You don’t judge a book by its cover’. Virgi non avrebbe comunque capito.

Dunque ho rimediato altrimenti.
Che stare a spiegarle che qualche rasta in testa e un paio di tatuaggi non sarebbero equivalsi alla nipote portata per sempre sulla strada della perdizione, ma nemmeno potendo convincere lui a trasformarsi in chierichetto, l’ho giocata sul:

“Curat i galen, ven mia al paes vesen”
Su mogli e buoi dei paesi tuoi, con me Virgi non ce l’ha mai fatta. Poco importa se il paese era a 500 metri o con un oceano di mezzo. E ancora non ho imparato.

“L’e’ mia de n scia’, nona. Se te voret domenica ‘vem a ve’ come disen la mesa al su paes” – le ho detto.
Ovviamente a nonna non interessava cambiare predicatore. Per cui la beffa ha funzionato. Sempre.
Anche quando mi presentavo davanti al portone ogni domenica, per poi scappare appena il coro iniziava. Massimo massimo mi trovavate in ultima fila. Ad aggiornarmi con l’amica del cuore su tutto quello che succedeva nel nostro mondo.
“Pero’ che brava tu neuda, era sul cadreghen a ciciara’ cul sacrista”. Score.

Forse Virgi aveva solo un po’ di ragione sul fatto che loro non cantavano propriamente come Cristina D’Avena. Ma ai fan piacevano cosi’. Molta batteria, molto basso, molti salti sul palco, molta musica e molte parole che non era facile distinguere. Tre maltransema.

“Nonna ok domani ti porto a ascoltare i Firlinfeu.

E nonna diceva che facevano un gran rebelot. E se suonavano al parchetto, se po’ mia durmi’.
Mai vergot de tranquil.
Ma lei dormiva gia’ QUELLA sera.
La sera in cui, chissà perche’, una cosa dolce si e’ intrufolata nella scaletta. E tu ti sei innamorata.
Di loro tre, di quella estate, di quello che sarebbe venuto dopo, di quello che ancora non sapevi.

Della Stella che prende in mano il microfono e dice
“a tutte le Beth”.

Cosi’ quella canzone e’ diventata per me una specie di sogno.
Voi forse siete troppo giovini, e vi sembrerà ridicolo ma non lo sto inventando.
Allora non c’era Spotify, Youtube, Applemusic etc etc. Non c’erano canzoni on demand.
O avevi i soldi per comprarti un album, o (ma non ditelo a nessuno), finivi per farti spacciare musicassette. Rigorosamente masterizzate nel registratore doppio.

Che si vedeva dalla copertina scritta rigorosamente a mano, se:

  • la musicassetta era un modo per provarci (album, autore, titoli tutti in corsivo perfetto)
  • la musicassetta era stata fatta per provarci con l’amica (retrocopertina, post it attaccato “ps come si chiama la bionda che era con te venerdì’ sera?”)
  • la musicassetta era stata fatta per pieta’ (nome album, e basta, ma un angolino mangiato dal cane)
  • la musicassetta non esisteva. Semplicemente la traccia era irreperibile.


“Ma scusa, voi come avete fatto a farci le prove?”
“Dove l’avete sentita?”
“Come la ripassate ogni volta”
Tutte mie domande che venivano puntualmente glissate, o misteriosamente dimenticate.
La traccia di Beth io non l’avrei mai avuta, MAI.

Allora io da fan disperata chiedevo un bis. Live almeno. “Una volta almeno. Eddai”.
E anche li, per qualche strano motivo, il bis non arrivava mai.
Una tantum. Per fare sognare tutte le Beth.
O per farsi marketing, che cosi’ tu dovevi andare a tutti i loro concerti. Ritenta sarai piu fortunata.
Sti stronzi.

Sti stronzi, gia’ sapevano e avevano pianificato tutto.
Tenendomi sulle spine e regalandomi infine una delle piu’ belle sorprese che mai mi siano state fatte.

Saro’ romantica, saro’ banale, sara’ che mi accontento di poco, ma poco non era affatto.
Ultimamente qualcuno mi ha detto che le cose non si chiedono, che le cose chieste tolgono il gusto di farle, che se le chiedi non saprai mai se la cosa e’ stata fatta per un contentino o col cuore.
(Hey, tu, mi spedisci quella cosa? Daiiiiii. Pretty please.).
Ma io sono una rompicoglioni di natura, e se voglio, chiedo.

E ho chiesto, una replica, infinite volte, e infinite volte mi e’ stato detto MAI piu.
Per poi arrivare, anni dopo, un giorno che doveva essere uno qualsiasi, a quello.

E io lo SO che QUELLA cosa e’ stata fatta col cuore.
E paradossalmente di quel giorno mi ricordo strapoco.
Faceva tanto caldo, era pomeriggio, eravamo ad una festa di gente che non conoscevo. Io, Stella e Ali.
Camminavamo scalzi sull’erba che e’ una cosa che adoro.
E piu’ di cosi’ non vi so dire.
Non so con chi stavo parlando, non so cosa stavo facendo.
Ad un certo punto qualcuno mi ha coperto gli occhi.
“Stela’sa ora tu vieni con noi”.
E ho camminato a piedi nudi sull’erba, senza vedere, senza capire per dei minuti che mi sono sembrati infiniti
“non e’ mica il mio compleanno, che azz state facendo? Aiutttoooo.”
“Zitta e buona tu, non ti muovere”
Che a riportare la conversazione per filo e per segno, fuori contesto, potrebbe sembrare quasi un film horror.

Ma non mi sono ritrovata legata nello scantinato abusivo.
Non mi e’ stato strappato qualche capello per un rito voddooo.
Non sono stata rapita con intenzioni crudeli per vedere se il loro nome d’arte poteva funzionare. Di nome e di fatto.

Sono sopravvissuta.
E quando finalmente mi hanno concesso la vista, ero li.
In un angolo del giardino, senza nessun altro intorno.
Loro su un muretto, e una chitarra in mano. Ed hanno fatto Beth, SOLO PER ME.
Non so descrivervi come mi sono sentita, nemmeno voglio. Mi piace pensare che loro l’abbiano carpito.

No, non era il mio compleanno ma e’ decisamente stato una delle sorprese piu’ belle che due stronzi di amici abbiano mai pensato per me.
Che magari per loro era una cosa semplice, ma per me e’ stato tutto.

E sono passati vent’anni da allora e non so quanti dall’ultima volta che li ho visti assieme.
E ho tentato credo un paio di altre volte di dirgli quanto abbia fatto quel pomeriggio per me.
Ma, in sabatonostalgia, ripetere. Male non puo’ fare.

Grazie



Insomma, se ci fossero ancora i TD, io vi inviterei a un concerto. Perche’ ne valeva la pena.
Perche’ non ci sono estati piu belle di quelle. Le feste di paese, la gente che bazzica, i tuoi amici su un palco.

Incontrare loro: ne valeva la pena e ne e’ sempre valsa la pena.
Compresa quella esilarante che tuttora ci fa scompisciare di essere passata alla storia in quel gruppo di amici come coleicheilnostrocoglionbatteristahamollatonelgiornodelsuodiciottesimocompleanno.
Ma questa e’ un’altra (parte di) storia, e si sta facendo tardi…. ve la racconterò un giorno, sempre che non mi arrivino messaggi minatori.

Strappacuore? Ora capite perche’ di solito scrivo solo cose molto piu’ dementi di questa.

Ma, casomai foste arrivati fino alla fine, complimenti.

E voi, ragazzi, sappiatelo. Io per questo, e molto altro, vi vorrò sempre bene. ‘azzi vostri.

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Pubblicato da Fondi di Caffè

Mai prendersi troppo sul serio ;)

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